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1 Απριλίου 2014

Sinistra italiana e populismo greco

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Απρίλιος 2014)

Come è ormai noto, una parte della sinistra italiana si sta mobilitando a favore della candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra radicale greca, alla guida della Commissione europea alle elezioni europee di 25 maggio 2014. L’iniziativa è partita da un gruppo ristretto di intellettuali: la scrittrice Barbara Spinelli, il direttore di «MicroMega» Paolo Flores d’Arcais, lo scrittore Andrea Camilleri, i sociologi Luciano Gallino e Marco Revelli, l’economista Guido Viale. Al loro appello, lanciato online, hanno aderito migliaia di persone (circa diecimila solo nei primi sei giorni). Alla campagna elettorale ha ultimamente deciso di aggregarsi anche «Sinistra-ecologia-libertà», il partito guidato da Nichi Vendola, con una mozione votata al suo ultimo congresso.

Le ragioni principali di questa scelta sono interne alla politica italiana. Come spiega Flores d’Arcais: «In Italia per una larga fetta della societa civile c’è una specie di tenaglia: o Renzi o Grillo. A questa tenaglia molte persone, aderendo al nostro appello, dicono di volersi sottrarre, cercano un’ altra strada.»

Da cittadino greco che segue con interesse la politica italiana senza parteciparvi, non mi posso permettere di entrare nel merito di queste affermazioni. Quello che invece vorrei commentare è la risposta del direttore di «MicroMega» alla domanda piuttosto ovvia: e perchè proprio Tsipras?

Flores d’Arcais (sul Corriere della Sera, il 27 gennaio 2014) offre due motivazioni. La prima: «Innanzitutto, proprio perchè Tsipras è greco. Scegliersi un riferimento ad Atene, e non a Berlino, ha già una forza simbolica.»

Mi limito ad osservare che, nonostante le buone intenzioni dei promotori di questo riferimento, si tratta della stessa forza simbolica che anima lo schieramento transversale nazional-populista, che accommuna i neonazisti di «Alba Dorata» ai terroristi rivoluzionari di «17 novembre» che inveiscono in coro contro il «Quarto Reich» della cancelliera tedesca Angela Merkel.

Mi concentro invece sulla seconda motivazione: «E poi rappresenta il Paese che soffre di più per le politiche di austerity e tuttavia ha saputo dare allo scontento uno sbocco democratico, senza che la rabbia diventasse populismo.»

Tsipras l’antipopulista? Vediamo un po’. Ma prima un breve riassunto della crisi greca, che è senz’altro gravissima. Negli ultimi 5 anni di aiuti finanziari internazionali legati a una politica di austerità da «cura da cavallo», il reddito nazionale si è ridotto di un inedito 24% (paragonabile solo al 30% del Pil statunitense perso durante la Grande Depressione del 1929-1932). Le radici di questa crisi vanno certamente cercate nell’instabilità dei mercati finanziari internazionali. Ma si collocano anche (e, a mio avviso, soppratutto) nelle caratteristiche del «sistema paese» greco.

Basta ricordare che nel 2009 il disavanzo del bilancio pubblico (spese governative meno entrate fiscali) si è rivelato pari al 15,6% del Pil, contro il 3% previsto dai trattati solennemente firmati da tutti i governi, inclusi quelli greci. E che il disavanzo del bilancio esterno (importazioni meno esportazioni) era arrivato nel 2008 al 14,9% del Pil, segno della scarsa competitività dell’economia greca. Si potrebbe riassumere lo stato delle cose alla vigilia della crisi dicendo un po’ brutalmente che la Grecia ambiva a un tenore di vita nordamericano con una cultura imprenditoriale balcanica, tradizioni lavorative medio orientali, e «una amministrazione pubblica di rara inefficienza, sprezzante verso il cittadino, oscillante tra spreco e corruzione» .

Che cosa ne pensa Tsipras? Non si capisce bene. La bancarotta morale prima che economica del paese che ha portato alla crisi, non lo riguarda. Forse perchè la sinistra radicale greca non è mai stata al governo, e dunque non se ne sente affatto responsabile. Ma questa scusa è poco convincente. É vero che la colpa principale per le sorti di un paese è sempre di chi governa, ma in una democrazia anche l’opposizione ha la sua responsabilità. Soppratutto se, come quella greca, ha fatto di tutto per bloccare ogni tentativo di modernizzazione, ogni proposta di riforma, dalle pensioni all’amministrazione pubblica, gridando allo scandalo, e schierandosi sistematicamente in difesa di posizioni di rendita e di interessi parziali.

La retorica di Tsipras è dominata da altri temi: dalla denuncia rituale del neoliberismo, dei poteri stranieri che hanno scelto la Grecia (chissà perchè) come terreno privilegiato dei loro esperimenti disumani, e ovviamente dei loro servitori greci. Per uscire dalla crisi basta liberarsi dal neoliberismo, degli stranieri cattivi, e dei traditori al governo. Poi, a elezioni vinte, basta una proposta di legge per cancellare le politiche dell’austerità e tornare come prima. Facile, no?

Nel frattempo, gli esponenti massimi del partito di sinistra radicale hanno cercato di articolare la loro visione alternativa. Ipotizzando improbabili aiuti alternativi (i rubli di Putin, mai materializzati). Simpatizzando col modello argentino (traduzione: denunciamo il debito, usciamo dall’euro, svalutiamo la dracma, e facciamo come prima). Proponendo di pagare gli stipendi dei funzionari statali e i vincitori di appalti pubblici con titoli di credito «a scopo speciale» (proposta subito archiviata quando è stato fatto notare che questi titoli farebbero da moneta parallela, il cui valore sarebbe subito sceso nel mercato nero). Suggerendo tasse punitive ai risparmi (puntualmente seguiti da una fuga di capitali all’estero). E infine chiedendo all’Unione europea di mostrare la sua solidarietà erogando alla Grecia fondi «di natura non rimborsabile» (traduzione: dateci i soldi che ci mancano per vivere come prima).

Infatti, non c’è protesta che non venga subito sposata dal partito di Tsipras: dai giovani saccheggiatori di Atene dopo l’uccisione di un ragazzo dalla polizia nel dicembre del 2008, agli estremisti entrati nelle università occupate per distruggere aule e laboratori, ai gestori dei locali turistici insorti contro gli ispettori fiscali sull’isola di Hydra nell’estate del 2012, agli indignati di Piazza Costituzione all’attacco del governo e/o della democrazia parlamentare, a seconda dei gusti.

Non a caso, è stata proprio quella protesta, dell’estate del 2011, a rivelare l’entroterra comune del nazional-populismo che unisce la destra nazionalista e la sinistra «rivoluzionaria». Lo spettacolo degli indignati era davvero singolare: la piazza alta occupata da gente che sventolava bandiere greche, quella bassa dal popolo delle bandiere rosse. In coabitazione pacifica, e in perfetto accordo sulla necessità di «fare pulizia», perfino in chiave forcaiola.

Una sintonia negata furiosamente da entrambi le parti, ma confermata dai sondaggi. Come quello post-elettorale di Vprc (luglio 2012), che ha rivelato che fra gli elettori del partito di Tsipras il tasso di gradimento di Michaloliakos leader dei neonazisti di «Alba Dorata» era un rispettabile 16%, e quello di Kammenos leader dei nazionalisti isterici di «Greci indipendenti» arrivava addirittura al 52%. Nello stesso sondaggio si legge che la simpatia fra nazionalisti di destra e radicali di sinistra è ricambiata: il tasso di gradimento di Tsipras da parte degli elettori di «Alba Dorata» a un non trascurabile 14%, mentre fra quelli di «Greci indipendenti» a un robusto 38%.

E confermata anche dai fatti. Come nel caso di Karypidis, candidato alla guida della regione Macedonia occidentale alle elezioni del prossimo maggio, che si è subito rivelato antisemita convinto, provocando le proteste delle organizzazioni ebraiche. Il partito di Tsipras lo ha in seguito sconfessato, criticando allo stesso tempo anche le organizzazioni ebraiche, mentre la direzione regionale del partito ha invece confermato il suo sostegno al candidato antisemita. Affinità elettive.

Andare avanti con altri esempi sarebbe forse noioso. Ma è importante capire come la scarsa cultura democratica di Tsipras e del suo partito, la delegittimazione dell’avversario, la propensione all’intolleranza, trovano sbocco nell’ambiguità delle loro posizioni sul ruolo della violenza nella politica. Anni luce lontani dalla «non violenza» di Fausto Bertinotti, il partito di Tsipras si guarda bene dal non alienare i «compagni che sbagliano»: dai ragazzi che lanciano cocktail Molotov (a volte letali, come quelli che hanno provocato la morte di tre impiegati di banca nella grande manifestazione contro il salvataggio europeo di maggio 2010), agli assassini di «17 novembre» e i loro imitatori. E quando lo scrittore Tatsopoulos, deputato di sinistra radicale, ha osato notare che una parte dell’elettorato di sinistra sembra ammirare i terroristi, è stato subito espulso dal partito. Come ha spiegato il dirigente Voutsis, con tipico linguaggio militare, «siamo in guerra, e esigiamo dai nostri deputati coesione e solidarietà» (cioè disciplina).

Resistenza contro il governo dei Quisling (dal nome del primo ministro norvegese ai tempi dell’occupazione nazista), e governo di unità nazionale (si presume con i nazionalisti soft di Kammenos, contro tutti i moderati): in questo si riassume il programma politico della nostra sinistra radicale. Per il resto, demagogia sfrenata, idee povere, proposte improponibili, progetti confusi. Un non programma, che ha il merito di promettere soluzioni facili e indolori, e dunque elettoralmente molto promettenti. Ecco il segreto del successo strepitoso del partito di Tsipras, passato dal 4,6% del 2009 al 26,9% del giugno 2012.

Da qui la disperazione di una larga fetta della società civile, europeista liberale e progressista, stretta da una specie di tenaglia: da una parte il governo attuale di coalizione conservatore-socialista, che promette di garantire la posizione della Grecia in Europa pur mostrandosi incapace di rompere con la vecchia politica clientelare e corrotta; dall’altra parte, l’opposizione arcobaleno (con tanto di nero), di nazionalisti di destra e radicali di sinistra, che fa capo a Tsipras, l’antipopulista immaginato da Flores d’Arcais.

2 Ιουνίου 2010

Austerità occasione per trasformare la Grecia?

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Ιούνιος 2010)

C'è una ragione semplice per cui l'uscita dalla penosa situazione economica di questo paese non è semplice affatto. Quello che è entrato in crisi negli ultimi mesi non è solo la politica economica che ha permesso al debito di salire alle stelle: è l'intero "sistema paese", o l'intreccio della politica con l'economia e la società.

Visto che si tratta di un argomento piuttosto vasto, mi limito a sottolineare un aspetto a mio parere fondamentale della crisi: la drammatica distanza che separa le capacità produttive della nostra economia (almeno così com'è oggi) dalle aspirazioni di tenore di vita (inteso come consumi) da parte dei cittadini.

Da un lato, un modello produttivo basato su salari bassi e specializzazioni altrettanto basse, sull'applicazione limitata delle tecnologie, sulla diffidenza delle imprese verso l'innovazione, sul disprezzo delle regole fiscali, sulla quotidiana violazione del diritto lavorativo, sul trascurare degli obblighi assicurativi, sull'esaurimento delle risorse naturali. Si tratta di un modello di "sviluppo scadente", che ha da tempo raggiunto i suoi limiti.

Dall'altro lato, il livello e tipo di consumi che abbiamo adottato è paragonabile (se non addiritura ancora più costoso) a quelli di economie molto più avanzate della nostra. Allo stesso tempo, il declino dei servizi pubblici, come per esempio la scuola e la sanità, significa che l'effettivo costo di vita è molto superiore che in altri paesi dove invece questi servizi sono accessibili gratis o quasi.

In parole povere, mentre l'economia greca perde quota nei mercati internazionali perchè produce beni di bassa qualità o di alto prezzo (o di tutte e due), la domanda interna assorbe un livello alto di consumi (per lo più prodotti d'importazione), finanziati tramite l'indebitamento pubblico e privato.

Chiaramente, questa situazione non è sostenibile. Colmare la distanza fra capacità produttive e aspirazioni consumistiche non è una discutibile scelta politica, ma una semplice necessità. Non avendo voluto affrontare questo problema ai tempi delle vacche grasse, siamo costretti a farlo oggi: ai tempi delle vacche magrissime.

Costruire un altro modello produttivo, e in fretta, non è facile. Questo compito presuppone una cultura imprenditoriale che rispetta il lavoro e investe su di esso, e che mira a produrre prodotti di qualità a prezzi competitivi. Presuppone anche una "moralità di lavoro" molto più esigente da parte dei lavoratori e i loro rappresentanti. Presuppone infine riforme incisive, capaci di affrontare tutti i problemi cronici dell'economia, del mercato del lavoro, del welfare, dell'istruzione, della giustizia.

Tuttavia, per quanto velocemente si riesca a spostare il "sistema paese" in questo senso, la crisi non può non toccare i consumi. Infatti, pochi dubitano che la stagione dell'austerità inaugurata con le misure del governo sarà con noi per lungo tempo. Ovviamente, i tagli agli stipendi non avranno nessun effetto se non si pone fine all'immunità fiscale delle altre categorie, agli sprechi di risorse pubbliche, alla corruzione diffusa. Perchè abbia successo in termini economici, l'austerità deve essere equa in termini sociali. Come diceva Enrico Berlinguer più di trenta anni fa', in un contesto diverso ma non troppo, "una politica di austerità deve avere come scopo quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e una moralità nuova".

Effettivamente, l'aumento sostenuto dei consumi negli ultimi anni non sembra aver reso più felici le persone. Al contrario, ha alimentato un benessere falso, fatto di cose materiali e la loro accumulazione esibizionista e superficiale. Ha aggravato le ineguaglianze, ha accentuato la criminalità e le altre patologie sociali, ha peggiorato il declino dell'infrastruttura pubblica, ha accelerato la devastazione dell'ambiente.

Chiaramente, il rapporto ricchezza/felicità tende ad essere asimmetrico: anche se l'aumento del reddito non sempre porta alla crescita sociale e non garantisce un benessere genuino, inevitabilmente una sua diminuzione provoca maggiore sofferenza, insicurezza, capovolgimento di progetti di vita.

Eppure l'austerità può diventare occasione per cambiare rotta. Per attenuare il disagio di chi ha subìto una diminuzione del reddito basterebbe invertire la tendenza della privatizzazione spontanea e quasi volontaria dei beni sociali. Basterebbe migliorare la qualità delle scuole e degli ospedali – ma anche degli spazi urbani, delle piazze, dei giardini pubblici, dei parchi nazionali, dei boschi e delle spiagge libere.

Non è difficile immaginare una quotidianità alternativa: frequentare la scuola del quartiere, visitare gratis il medico di base, favorire i mezzi pubblici, andare in bici, passeggiare su marciapiedi comodi e strade pedonali senza moto, nuotare in spiagge libere (non in quelle organizzate), fare sport nei parchi con gli amici (non in palestre private da soli), cucinare a casa in compagnia, boicottare i ristoranti alla moda spesso noiosi e quasi sempre sopravvalutati.

Sarebbe troppo paradossale sostenere che, su questa base, l'austerità (cioè la diminuzione dei redditi) equivarrebbe a un miglioramento della qualità della vita?

1 Απριλίου 2010

La crisi greca – e quella europea

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Απρίλιος 2010)

La trattativa del governo greco con gli altri governi di “Eurolandia” (cioè degli stati membri della zona euro) nel vertice del 25 marzo si è ormai conclusa. Le decisioni prese dall’asse Berlino-Parigi, sottoscritte poi dagli altri governi, hanno consequenze importanti per il futuro dell’Europa, oltre a quello della Grecia. Vediamo un po’ perchè.

Il problema di fondo è ovviamente il deficit e il debito massicci della Grecia. La posizione ufficiale del governo greco dall’inizio della trattativa è stata che il paese non chiede aiuti diretti – e non è difficile immaginare come questa posizione fu influenzata dalla certezza che tali aiuti erano comunque poco probabili. Invece, la Grecia ha chiesto l’intervento dell’Europa affinchè essa possa rifinanziare il suo debito a tassi d’interesse meno proibitivi di quelli attuali.

Certo, se i mercati non sono disposti ad investire su titoli di stato greci se non al 6% (rispetto al 3% dei titoli tedeschi e al 4% di quelli italiani), questo è legato non tanto a una sorta di anti-ellenismo dei mercati finanziari, ma piuttosto alle prospettive non proprio brillanti dell’economia greca. Dall’altra parte, il governo greco ha già varato misure restrittive molto pesanti: deve essere la prima volta nella sua storia che lo stato greco taglia gli stipendi pubblici. Queste misure rischiano di rivelarsi inutili se il relativo risparmio viene usato non per ridurre il disavanzo dello stato e per promuovere il rilancio dell’economia, ma semplicimente per pagare gli interessi altissimi che stanno richiedendo i mercati per continuare a finanziare il debito greco.

Per evitare questo circolo vizioso, il governo greco ha agitato lo spauracchio di un ricorso al Fondo monetario internazionale, sperando che questa prospettiva – certamente imbarazzante per l’Europa – avrebbe accelererato la ricerca di un accordo sul piano europeo di assistenza alla Grecia. Il problema è che i principali destinatari di questo bluff, cioè i tedeschi, non hanno abboccato: “se la Grecia vuol chiedere l’intervento dell’Fmi, forse questa è la soluzione più idonea”, era la mossa d’apertura del governo tedesco alla vigilia del consiglio europeo del 25 marzo.

Come al solito, la posizione tedesca è stata letta in Grecia in chiave anti-ellenico. Ma dal punto di vista tedesco, come ha spiegato Guido Westerwelle (vicecancelliere, ministro degli affari esteri e capo del partito liberal-democratico), gli aiuti facili alla Grecia avrebbero semplicemente indotto all’abbandono delle riforme necessari da parte del governo greco – e, aggiungerei io, all’allegro rimesso in moto di tutti i circoli viziosi greci. Come dargli torto?

Dall’altra parte, la crisi greca assume un significato che va ben oltre il destino della Grecia. Di per se, questo destino ha un’importanza relativamente marginale (tranne ovviamente per noi greci). Al 4% del prodotto interno lordo europeo, l’economia greca non conta molto all’interno di quella europea – anche se il debito greco, a quasi 300 miliardi, è sufficientemente grosso da scatenare una crisi finanziaria. Ma il problema maggiore è un altro: la crisi greca non solo ha svelato le debolezze dell’intero sistema produttivo del paese; allo stesso tempo, ha messo in evidenza anche i limiti della stessa architettura dell’euro, e dell’Unione economica e monetaria.

La stabilità di questa unione – più monetaria che economica – viene minacciata non solo dai deficit cronici dei monelli (oggi la Grecia, domani la Spagna, dopodomani forse l’Italia), ma anche dai surplus cronici dei primi di classe (la Germania in testa). Sia gli uni che gli altri sono le due facce della medaglia: come farà la Francia a ridurre il suo deficit (previsto di arrivare al 9% del Pil nel 2010), se il governo tedesco insiste sulla sua strategia di moderazione salariale sul fronte interno? Contenere i salari tedeschi giova senz’altro alla competitività tedesca, e contribuisce al surplus del suo bilancio esterno – ma allo stesso momento comprime la domanda domestica della Germania e contribuisce ai deficit dei suoi partner europei.

In altre parole, la strategia tedesca dei costi bassi rende più arduo il tentativo degli altri di far ripartire le loro economie tramite l’export al mercato tedesco. L’unica via possibile è la svalutazione competitiva – non della loro moneta (questo non è più consentito all’interno della zona euro) – ma dei salari. Si tratterebbe di un ritorno al nazionalismo economico degli anni trenta, e sappiamo tutti come è andata a finire allora. Come minimo, l’adozione da tutti della strategia di svalutazione competitiva (strategia beggar thy neighbour, come dicono gli anglosassoni) porterebbe inevitabilmente alla fine della stessa Uem e della moneta comune.

Visto così, un piano europeo di assistenza alla Grecia era necessario per evitare questa prospettiva, e “per non esporre l’euro al rischio di reazioni a catena, che ne pregiudicherebbero la sopravvivenza”. Ma, come sottolineano gli economisti italiani Baglioni e Bordignon, da solo non basta: “Una revisione del Patto di stabilità e un maggiore coordinamento delle politiche economiche, dalle politiche salariali a quelle macroeconomiche e fiscali, è condizione indispensabile perchè l’Unione sopravviva.”

Alla fine, dalla partita che si è svolta negli ultimi giorni a Bruxelles e le altre capitali europei sono emerse due novità. La prima è che adesso esiste uno strumento per poter gestire le crisi finanziarie di un paese membro: il meccanismo dei prestiti governativi e bilaterali, con la partecipazione del Fmi. Questo strumento interessa direttamente la Grecia, almeno come una “rete di sicurezza”.

L’accordo su questo nuovo strumento era preceduto dalla decisione di Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea, di accettare i titoli di stato greci come garanzie per i finanziamenti della Bce al sistema bancario greco – a prescindere dalle valutazioni delle agenzie di rating. Si spera che questo avrà un effetto calmante sulle pressioni dei mercati sui bond greci.

La seconda novità è la decisione del consiglio europeo di rafforzare il “governance” economico della Ue e l’approfondimento dell’unione monetaria. Come ha spiegato lo stesso Trichet, dell’acronimo “Uem” (Unione economica e monetaria) è il momento di renderne visibile anche la lettera “e”, cioè l’unione economica. Ovviamente, siamo ancora (molto) lontani da un vero e proprio governo economico europeo. Ma l’Europa ha dato una prova (anche se, come al solito, abbastanza sofferta) della sua volontà di aprirsi al nuovo tema del tanto auspicato coordinamento delle politiche economiche, almeno all’interno della zona euro.

1 Φεβρουαρίου 2010

La festa è finita (e la luna di miele anche)

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Φεβρουάριος 2010)

A chi qualche mese fa' si poneva la domanda perchè mai un premier impopolare e sicuramente destinato alla sconfitta dovesse scegliere le elezioni anticipate, gli sviluppi delle ultime settimane hanno fornito delle risposte inequivoci. Costas Caramanlis conosceva, anche se ovviamente non ammetteva, lo stato miserabile dell' economia greca e soppratutto della finanza pubblica. Piuttosto che cercare di salvare il salvabile, ha semplicemente preferito di consegnare le chiavi del governo (e, con ciò, tutte le patate scottanti) al suo successore. E con questa sua mossa brillante si è assicurato la dubbia distinzione di essere passato nella storia come il più inadequato di tutti i premier degli ultimi 35 anni, capo del peggior governo della terza repubblica.

Ma questa è, appunto, storia. Il presente è un brutto risveglio per una intera società, non solo per il nuovo governo. Le rassicurazioni del leader socialista Giorgio Papandreu in campagna elettorale ("i soldi ci sono, basta saper spenderli bene") adesso suonano vuote. Ma è un fatto che il nuovo premier ha scoperto le vere dimensioni della crisi solo dopo le elezioni. E adesso si trova in una situazione di emergenza: è costretto a tentare di attuare il suo programma mentre allo stesso tempo cerca di scongiurare la bancarotta. Difficile immaginare delle condizioni peggiori.

Bisogna sottolineare che la crisi economica-finanziaria mondiale ha innescato ma non ha creato la crisi greca. Quest'ultima ha delle radici molto più profonde. L'economia greca ha registrato negli ultimi anni tassi di crescita sopra la media europea. Ma si trattava di una crescita alimentata dai fondi europei, dalle grandi opere, dalla bolla edilizia. Una crescita senza sviluppo, basata su una struttura produttiva invecchiata, come peraltro manifesta la perdita continua di competitività. Le riforme necessarie per invertire questa tendenza vengono spesso e ritualmente elencate: mercati di prodotti e mercato di lavoro, pensioni e welfare, istruzione e sanità, amministtrazione pubblica e giustizia. Ma l'abbinamento di una società sospettosa e frammentata a una politica miope e timorosa (spesso priva di senso dello stato) ha frustrato qualsiasi tentativo di una loro attuazione.

L'ingresso in Europa e poi nell'unione economica e monetaria ha regalato stabilità, ma allo stesso tempo ha messo in evidenza le debolezze di base dell’economia greca. L'euro forte significa che i prezzi dei prodotti industriali (da mobili a automobili, da indumenti a computers) sono scesi in termini reali, e qualche volta anche nominali. Si tratta ovviamente di prodotti di importazione, che hanno aggravato un bilancio esterno già in deficit. Dall'altra parte, i servizi (compresi quelli legati al turismo, teoricamente la carta vincente di questo paese), soppratutto quelli rimasti relativamente isolati dalla competizione mondiale, costano troppo e offrono una qualità spesso deludente.

Nel frattempo, i consumi sono cresciuti, e con ciò l'euforia e la compiacenza. Certo, non tutti hanno guadagnato ugualmente, e tanti hanno perduto. Ma la festa c'è stata. E gli anni delle vacche grasse – nonostante i nodi rimasti irrisolti – hanno avuto l'effetto cumulativo di ubriacare (se non di drogare) l'economia, e non solo: anche i costumi, e perfino il nostro modo di vivere. Detto brutalmente, la Grecia ambisce a un tenore di vita diciamo europeo con una cultura imprenditoriale balcanica, e tradizioni lavorative levantine.

Lo spettacolo degli ultimi giorni è istruttivo: una dopo l'altra, le varie categorie difendono accannite i loro interessi più privati alla barba dell'interesse pubblico, dell'emergenza della crisi, e perfino del buon senso. Agricoltori e impiegati pubblici, con gli impiegati degli uffici delle entrate in testa, si aggrappano ai loro privilegi. Chiedono dal governo di lasciarli in pace, di risanare i conti altrui, di garantirgli ancora un po' di vita facile. I politici precedenti sono tutti dalla loro parte: negli ultimi anni chi era in grado di ricattare il resto della società lo faceva allegramente e senza scrupoli – e di solito veniva incoraggiato dall'opposizione e premiato dal governo. Come dimenticare i 500 millioni di euro concessi dal governo conservatore agli agricoltori giusto un anno fa' (dato che gennaio è il mese dei blocchi autostradali)?

Sta qui la difficoltà di questa crisi: nel fatto che è manifestazione inevitabile di un declino più profondo, politico e sociale più che economico. Ed è per questa ragione che affrontarla non sarà facile. Richiede una maturità che francamente non si riesce ad intravedere.

Al nuovo governo, finita piuttosto in fretta la luna di miele, non resta che far appello alle energie migliori del popolo greco. Parlare con franchezza della profondità di questa crisi. Chiedere sacrifici a tutti, in funzione della ricchezza di ognuno. In altre parole, promettere un'austerità equa. E intanto garantire il buon governo. Una sfida enorme, per una posta in gioco decisiva.

1 Νοεμβρίου 2009

È ritornato l’ottimismo

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Νοέμβριος 2009)

Nel caso improbabile che qualche lettore abbia trovato profetico il titolo del mio articolo nel numero del mese scorso (‘una sconfitta preannunciata’), devo confessare che si trattava di una profezia troppo facile. Invece, quello che non solo “Eureka” ma proprio nessuno è riuscito ad indovinare è stata la misura della sconfitta del partito conservatore di Nea Democratia, come la misura della vittoria dei socialisti del Pasok (che non è esattamente la stessa cosa). Pure gli exit polls, in teoria infallibili, stimavano la distanza fra i due maggiori partiti attorno al 5%, mentre poi lo scarto vero ha superato il 10%. Pare che - come a volte succede - anche gli opinionisti e i commentatori più autorevoli abbiano sottovalutato il disgusto profondo nella società alla corruzione e l’inaudita incompetenza del governo uscente, e la voglia di voltare pagina.

Oggi, a quattro settimane di distanza, è difficile negare che il cinismo e la paura del futuro hanno lasciato il posto a un diffuso ottimismo, paradossalmente creato dallo stesso risultato inequivocabile delle elezioni, ma poi alimentato dalle prime azioni del nuovo governo. Infatti, il premier Jorgos Papandreu ha gestito la vittoria con ovvia soddisfazione, ma senza trionfalismo, e ha cominciato a lavorare con serietà. La sua squadra conferma che in Grecia il “partito naturale di governo” è ormai quello socialista, capace di produrre una classe dirigente di un certo livello. Quasi tutte le persone che hanno assunto ruoli di primo grado si distinguono per la preparazione e l’integrità personale. Sono prime impressioni, certo, ma spesso contano anche loro.

Primi segni di svolta: L’impegno di due ministri importanti (degli interni e dell’ordine pubblico) di promuovere l’integrazione degli immigrati nella società (diritto di voto agli immigrati di seconda generazione), e nello Stato (posti di lavoro riservati nella polizia e le altre forze dell’ordine). Lo stop del ministro dell’ambiente alle costruzioni sorte nelle aree colpite dagli incendi degli ultimi anni, e la volontà di lavorare insieme agli ambientalisti per la revisione dello quadro legislativo per la protezione dell’ambiente. La franchezza del ministro delle finanze nello sforzo di ridare credibilità alla gestione dei conti da parte del governo, e di vincere la diffidenza dei partner europei. Forse il termine esatto è insofferenza degli altri governi Ue nei confronti dei greci (tutti), presunti - non sempre a torto - campioni del “massaggiare le cifre” e del nascondere la verità, allo scopo di evitare sanzioni e di chiedere nuovi aiuti.

Senz’altro è questa l’impresa più difficile. Tutte le economie dell’Unione Europea sono state colpite dalla crisi, ma nessuna come quella ellenica che deve ancora affrontare difficoltà preesistenti e strutturali. Il deficit del 2009 sembra destinato ad arrivare al 12%, una cifra che impone misure restrittive e limiti severi sulla libertà d’azione del nuovo governo. Comunque, quest’ultimo insiste sul suo programma di sostegni pur modesti ai ceti meno abienti, compensati dalla lotta agli sprecchi e all’evasione fiscale, dal ripristino delle tasse sull’eredità e dall’espansione della base imponibile.

Intanto, il nuovo governo gode di una luna di miele senza precedenti in tempi recenti: l’opinione pubblica è favorevole o quanto meno tollerante, mentre gli altri partiti si affrettano a promettere “un’opposizione costruttiva”, almeno per un po’ – tranne ovviamente KKE, storicamente il più antidiluviano di tutti i partiti comunisti dell’Occidente, il cui tradizionale filosovietismo si è recentemente trasmutato in stalinismo puro (anni ’50, o forse anni ’30, epoca d’oro della persecuzione più spietata di tutti gli oppositori o semplicemente presunti tali).

Per quanto riguarda il partito conservatore di Nea Democratia, il 33,5% ottenuto è il risultato peggiore della sua storia. L’ex premier Kostas Karamanlis ha rassegnato subito dopo la sconfitta le dimissioni ed ha aperto le procedure per l’elezione di un nuovo leader. Lascia un partito demoralizzato, che si trova di fronte a una scelta piuttosto strana. Da una parte c’è Dora Bakoianni, figlia di un’altro ex premier (Kostantinos Mitsotakis), esponente del vecchio centro liberale e perciò largamente considerata “estranea” alle sacre tradizioni conservatrici del partito. Dall’altra parte c’è Antonis Samaràs, l’uomo che ha provocato la caduta del governo Mitsotakis nel 1993, in teoria per dissenso sulla privatizzazione dell’OTE, compagnia statale delle telecomunicazioni, e fautore quale ministro degli esteri del governo Mitsotakis della linea ultranazionalista sulla nuova questione macedone. Tornato nella Nea Democratia dopo il declino del nuovo partito che allora fondò, e privo di qualsiasi idea che non rientri nello solito schema Patria-Religione-Famiglia, si candida oggi a diventarne leader. Resta da vedere se a questo centrodestra rimane ancora qualche piccola dose di spirito di soppravivenza, per non parlare di buon senso.

1 Οκτωβρίου 2009

Una sconfitta preannunciata

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Οκτώβριος 2009)

Le elezioni politiche del 4 ottobre sembrano destinate a segnare la fine dell’epoca – tra l’altro piuttosto breve – di maggioranze del centrodestra, ed a riportare i socialisti al governo. Non solo perchè questo ci raccontano i vari sondaggi: ormai sono gli esponenti e gli elettori stessi del partito conservatore di Nea Democratia ad essere rassegnati alla sconfitta, e angosciati dal timore che essa possa rivelarsi schiacciante.

A mio parere, una tale sconfitta sarebbe pienamente meritata. La Grecia è sicuramente stata governata male nel passato, ed è probabile che lo sarà ancora nel futuro. Ma lo storico dovrebbe tornare parecchio indietro nel tempo per imbattersi in un governo altrettanto incompetente e corrotto. Non ha molto senso elencare qua la saga interminabile degli scandali che hanno monopolizzato per un breve periodo ciascuno l’interesse dei media e dell’opinione pubblica, per poi lasciare la scena per fare spazio a quello successivo. Invece mi pare necessario ricordare che sullo sottofondo del degrado morale abbiamo anche vissuto il declino delle istituzioni pubbliche (dalla politica alla giustizia, dalla scuola ai servizi sanitari, dalle forze dell’ordine ai vigili del fuoco). A suo turno, il declino delle istituzioni ha lasciato i cittadini indifesi di fronte a nuovi rischi e insicurezze, ha contribuito a disastri ambientali, ha abbassato il livello di qualità della vita. L’economia, in teoria la carta vincente di tutte le centrodestre, ha perso terreno sul campo cruciale della competitività, retrocessa a livelli raggiunti dai paesi meno disastrati del terzo mondo. Infine, la corruzione sfrontata di ministri e dirigenti politici ha alimentato il logoramento ulteriore di quel poco di senso civico che rimane ancora nella nostra società eufemisticamente detta civile.

Tutto ciò non era per niente scontato cinque anni fa, quando il partito di Costas Caramanlis saliva al potere. Senza dubbio, i governi guidati da Costas Simitis avevano reso la Grecia un paese più europeo, l’economia più ordinata, e la società più aperta. Allo stesso tempo, i suoi governi avevano largamente fallito le riforme necessarie di fronte alla contestazione da parte di sindacati ed altri interessi di parte, mentre l’indiscussa integrità personale del premier stonava sempre di più al confronto con la corruzione abituale di dirigenti socialisti convinti della loro permanenza eterna al potere. In questo contesto, la necessità di un cambio generazionale e la speranza che una nuova classe dirigente potesse governare meglio erano sentite anche da chi non ha votato Nea Democratia alle elezioni del 7 marzo 2004. A pari misura, la delusione con l’operato di Costas Caramanlis e dei suoi governi oggi ha contagiato anche chi cinque anni fa aveva deciso di dare il suo consenso al centrodestra, magari con mille riserve.

Si tratta di una delusione profonda, di carattere quasi esistenziale, che va ben oltre la dialettica normale dell’alternanza politica. Significa che la società politica greca non riesce a produrre, non dico statisti, ma più modestamente politici che riescano a collocare le loro ambizioni in un quadro ampio in cui c’è spazio per una certa concezione (pur inevitabilmente di parte) dell’interesse pubblico. E rivela come il personale politico del centrodestra è contaminato dalle pulsioni primitive della borghesia da cui proviene: la ricerca dell’aricchimento immediato e a qualsiasi costo, nel disprezzo più assoluto delle regole elementari della convivenza civile.

Dunque, se le riflessioni riportate sopra sono fondate, la sconfitta preannunciata di Nea Democratia è da considerarsi meritata. Ciò vuol dire che una eventuale vittoria del Pasok di Giorgio Papandreu lo sarebbe altrettanto? Personalmente non ne sarei così sicuro. Il partito socialista, per volontà del suo fondatore Andreas Papandreu, è storicamente stato più movimento che partito, più abituato a puntare sul carisma del leader che a dibattere idee e programmi, più portato a rimpiangere le glorie del suo passato che a riflettere sulle ragioni delle sue sconfitte. Questo è un fatto rilevante, che può condizionare l’operato di un governo Papandreu, nel senso che è difficile capire non solo le misure concrete che esso potrebbe varare, ma perfino la direzione generale che vorrebbe seguire. Stiamo per essere governati da un partito che rassembla in un cocktail apparentemente incongruo vecchi fedeli al populismo e al clientelismo di Andreas Papandreou, insieme a dirigenti cresciuti ai tempi sobri e laboriosi del modernista Simitis (e soppravissuti alla fine della sua epoca), con l’aggiunta di personalità nuove non ancora messe alla prova. Il suo leader può rimanere paralizzato dai contrasti e dai limiti culturali del suo partito, oppure rivelarsi capace di dare un’impronta unitaria e moderna alle sue tante anime. È tutto da vedere.

Intanto, sarà già un’impresa combattere il cinismo diffuso e restituire ai greci quel senso di ottimismo e di fiducia nella loro capacità collettiva di tracciare un futuro migliore, che in quel nostro anno mirabilis 2004 sembrava così ben radicata, per essere poi smarrita di nuovo. Come nella leggenda di Sisifo, a noi greci non resta che cercare di riprendere il nostro cammino, che è tutto in salita.

1 Ιανουαρίου 2009

Il caldo inverno greco

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Ιανουάριος 2009)

Anche se è ancora troppo presto per stabilire che cosa ha causato la “ribellione” dei giovani, proviamo a riordinare le nostre idee.

Un agente della polizia che usa la sua arma per uccidere (a quanto pare, a sangue freddo) un 15enne perchè lo ha insultato è ovviamente un caso eccezionale. Il senso d’impunità dei nostri poliziotti e la loro percezione di stare al di sopra della legge è invece la regola. Non tutti sono assassini, certo. Ma è vero che la polizia agisce troppo spesso con brutalità gratuita (per esempio nei confronti degli immigrati), è vero che nei suoi ranghi la corruzione è troppo diffusa, e soppratutto è vero che i poliziotti violenti e/o corrotti possono sempre contare sulla complicità di colleghi e superiori, e sulla “comprensione” dei giudici. La faccenda si complica assai quando c’è un morto (e così giovane poi) – ma, come è successo prima, un modo per trasformare una sentenza di ergastolo di primo grado in appena tre anni di reclusione, e poi la libertà, si trova sempre. Perchè pensare che questa volta andrà diversamente?

Questa sfiducia nella capacità della polizia e dei suoi vertici di punire i colpevoli e di sradicare quello che è marcio al suo interno si colloca in un contesto di sfiducia generale nei confronti delle istituzioni – tutte. Basta sfogliare i titoli dei quotidiani negli ultimi due o tre anni: giudici che proteggono i criminali; monaci che vanno in giro in elicottero (“per fare più in fretta”) e hanno offshore accounts milionari; e, ovviamente, ministri che usano le risorse dello stato come se fosse loro proprietà privata. Un degrado morale mai visto prima, durante il regno di un primo ministro cha aveva promesso di sconfiggere i poteri forti (o, testualmente, con eleganza tipica, di “abbattere i ruffiani”).

In questo cocktail già poco promettente si deve aggiungere il fatto che la quotidianità attuale e le prospettive future dei giovani sono piuttosto cupe. Come mostrano gli studi internazionali, i nostri liceali studiano più e imparano meno di tanti altri europei loro coetanei. Le università migliori lavorano bene, ma escono sconfitte dalla burocrazia statale e lo scombussolamento provocato dalla contestazione endemica e cieca da parte di una minoranza dei loro studenti. Il livello di disoccupazione dei giovani è paragonabile solo al sud d’Italia. Anche chi lavora deve fare i conti con stipendi bassissimi e contratti precari. E, in sottofondo, la presenza soffocante di una famiglia iperprottettiva che non crede più al lavoro come valore ma coltiva invece aspettative alte e infondate.

Tutto questo aiuta a capire l’intensità della reazione di tanti adolescenti all’uccisione del loro coetaneo. Ma per spiegare la violenza, i danni alle banche e ai negozi, e la distruzione delle università statali, delle bibliotecche pubbliche, dei teatri nazionali, ci vuole ben altro. Bisogna andare oltre la repulsione dei borghesi, che sicuramente sembrerebbe meno inverosimile se non fossero così abituati ad evadere le tasse e ad ignorare le regole quando gli fa comodo. Bisogna anche mettere da parte le analisi (auto-)assolutorie dei nostri rivoluzionari finti che battezzano “rivolta sociale” (e dunque, si intende, degna di rispetto) ogni violenza cieca e indiscriminata nei confronti delle università, delle biblioteche, dei teatri – tutte istituzioni pubbliche e, guarda caso, tutte indifese.

Per capire la violenza di un numero elevato di giovani, e la complicità alla violenza di un numero ancora più elevato di giovani e meno giovani, bisogna invece affrontare temi e argomenti piuttosto scomodi. Come l’indifferenza profonda – se non il compiacimento aperto – di una stragrande maggioranza dei greci nei confronti delle varie azioni dei terroristi del gruppo “17 novembre”. Come la solidarietà spontanea di una maggioranza altrettanto ampia ai regimi e ai leader più sanguinosi del nostro tempo (Milosevich, Saddam e altri) per il solo merito del loro antiamericanismo. Come il silenzio dei sindacati e la scarsa attenzione del pubblico alle decine di vittime (tutti immigrati) della corsa pazza per completare in tempo gli stadi e le altre strutture dell’olimpiade di Atene. Come la tacita accettazione e, spesso, entusiasta partecipazione al crollo delle più elementari regole di convivenza civile che è il caos del traffico quotidiano. Come la rassegnazione di tutti davanti agli scontri settimanali e perfettamente organizzati fra tifoserie rivali.

Certo, la cultura della violenza non è del tutto sconosciuta nell’Europa occidentale: era abbastanza diffusa nel medioevo, durante le grandi guerre, negli anni di piombo. Né è del tutto sconosciuta nel mondo di oggi: è abbastanza diffusa in quello che una volta veniva chiamato il Terzo Mondo. Forse noi greci, eredi della culla della civiltà, abbiamo solo sbagliato secolo – o continente.

1 Νοεμβρίου 2008

Vittorio Foa, 1910-2008

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Νοέμβριος 2008)

Vittorio Foa, uno dei padri nobili della sinistra italiana, è morto il 20 ottobre a sua casa a Formia. Spirito lucido e irrequieto, lontano anni luce dalla politica delle poltrone e appassionato alla politica delle idee, ha unito amici e avversari (da Napolitano e Veltroni fino a Fini e Alemanno) in un saluto di congedo caloroso e pieno di stima profonda che è sembrato andare ben oltre le solite formule di circostanza. Quello che più colpiva in lui, al di là della sua originalità di pensiero e della capacità di sorprendere l’interlocutore con punti di vista sempre nuovi, erano soppratutto le sue qualità umane: la fiducia nelle persone e nella loro capacità di pensare e vivere in libertà, la simpatia spontanea che ispirava ai giovani, l’ottimismo, la buona fede che sfiorava – agli occhi dei più cinici – l’ingenuità.

Nato a Torino 98 anni fa, Foa è rimasto torinese tutta la vita. «Erano tanti gli amici», ricorda Pietro Marcenaro, già "ragazzo di bottega" della Fiom e Flm di Bruno Trentin, oggi senatore Pd, «che ancora pochi anni fa ogni autunno partivamo insieme per andare a trovarlo a Formia, carichi di peperoni cardi e topinambour, per fare una grande bagna cauda». Tipicamente torinese fu anche la sua formazione politica, all’insegna del socialismo liberale di Gobetti e di Rosselli, una tradizione ideale trascurata e sottovalutata ma non per questo meno ammirevole e meritevole di attenzione. Critico nei confronti dei comunisti, di cui sospettava la loro tentazione autoritaria e dottrinaria, con loro condivideva quella concezione di dignità operaia altrettanto tipicamente torinese, e insieme a loro ha lottato senza riserve nella Resistenza e nel sindacato.

Il suo percorso politico si può riassumere così. Frequenta il leggendario liceo D' Azeglio, non a torto definito «scuola di antifascismo» dell’élite democratica torinese. Studia Giurisprudenza, e a 21 anni si laurea nella stessa sessione di Norberto Bobbio. Nel 1933 dopo entra nel movimento Giustizia e Libertà. Nel 1935 viene arrestato e poi condannato a 15 anni di reclusione – «perchè distribuiva dei volantini», come ha ricordato a chi non riusciva a concepire cosa fosse il fascismo molti anni dopo Bobbio. Esce dal carcere di Castelfranco Emilia appena dopo il 25 luglio 1943, e entra subito nelle file del Partito d’Azione e le sue brigate Giustizia e Libertà. Diventa uno dei massimi esponenti del PdA, con Carlo Levi, Emilio Lussu, Guido Dorso, Ugo La Malfa, Altiero Spinelli e Ferruccio Parri, primo Presidente del Consiglio dell’Italia Repubblicana. Dopo lo scioglimento del Partito d’Azione stenta a trovare una collocazione soddisfacente nei ranghi di questo o di quel partito, e si dedica invece al lavoro sindacale nella Cgil. Nei 45 anni della Prima Repubblica attraversa quasi tutto l’arco della sinistra italiana, entrando, fondando a uscendo dai vari partiti. Incredibilmente, lo fa senza nessun calcolo di vantaggio personale, sempre coerente alla sua concezione della politica, per cui quello che conta è la fedeltà ai contenuti ideali e non l’attaccamento alla forma-partito. Successivamente parlamentare del Psi e fondatore del Psiup, nella stagione terribile degli «anni di piombo» passa al Partito di unità proletaria e poi a Democrazia proletaria nel tentativo dichiarato di sottrare la sinistra radicale alla tentazione della violenza. Ogni tanto abbandona senza rimpianti qualsiasi attività politica per dedicarsi alla stesura di vari libri, alla riflessione o all’insegnamento alle università di Modena e Torino. Nel 1987 viene eletto senatore come indipendente nelle liste del Pci. Segue con interesse la nascita del Pds e dei Ds, si schiera a favore della trasformazione dell’Ulivo come somma di partiti a un nuovo soggetto, sostiene il progetto del Pd.

Nei primi anni Novanta Foa venne accusato, da sinistra, di guardare con troppa ingenuità e fiducia alla proclamata trasformazione di An. «Ma Lei si fida delle parole di Fini?» gli venne chiesto. «L'appartenenza politica» rispose Foa «è un dato culturale non genetico. Se uno dichiara di volersi liberare dal mito fascista, io sono contento. Se mi fido? Nella storia della sinistra italiana l'espressione non mi fido è stata una delle regole più perverse». Allo stesso tempo, rimane lontano dal revisionismo storico che va tanto di moda oggi, per cui fascisti e antifascisti sarebbero equivalenti o almeno ugualmente meritevoli di rispetto. In una trasmissione televisiva Pisanò, uno dei fondatori del Movimento Sociale, che allora era senatore, gli si è rivolto dicendo: «Lei sa quanto me che avevamo degli ideali tutti e due. Diversi, certo. Ma la patria era un valore per lei e per me». Foa gli ha risposto: «Senta, sarà pure come dice Lei. Però se vinceva Lei io sarei ancora in prigione. Avendo vinto io, Lei è senatore della Repubblica e parla qui con me».

1 Φεβρουαρίου 2008

La saga della riforma pensionistica: ultima puntata

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Φεβρουάριος 2008)

Dopo un breve, e piuttosto timido, tentativo di toccare la patata bollente della riforma pensionistica, e davanti alle proteste furiose di ingegneri, medici e avvocati, il governo greco sembra abbia deciso di rinviare a tempi migliori. Una mossa abbastanza comprensibile, visto che lo stesso governo (eletto due volte facendo della lotta implacabile alla corruzione sua bandiera principale) si sta ultimamente sprofondendo in una serie di scandali, l’uno più disgustoso dell’altro, che mostrano chiaramente non solo che la corruzione è più diffusa che mai, ma anche che i nostri governanti sono più che mai arrogantamente convinti della loro impunitá. Ma questo è un’altro discorso (forse).

Possiamo dunque tirare un collettivo sospiro di sollievo, per il pericolo scampato che le nostre pensioni siano riformate? Non direi proprio. Sta diventando sempre più difficile negare che al sistema pensionistico greco servono urgentemente delle riforme incisive e addirittura radicali. Quelli che negano (o fanno finta di negare) ancora questa necessitá suonano sempre meno convicenti, i loro argomenti sempre più assurdi. Eppure, fare la riforma rimane uno degli obiettivi politici più difficili, a centrodestra come a centrosinistra.

Cerchiamo di spiegare il perchè, a partire dalla necessitá (meglio, l’ineludabilitá) della riforma. Prima di tutto, in termini di sostenibilitá economica, quello greco è il sistema pensionistico più squilibrato d’Europa. Infatti, mentre la spesa pensionistica media nell’Ue è destinata a salire dall’ 11-12% del prodotto interno lordo oggi al 13-14% fra 40 anni, in Grecia si prevede un aumento di questa spesa dal 13% al 24% del pil in 2050. Nessuna economia può reggere un peso simile, e nessuna societá vorrebbe farlo. Negare la riforma oggi vuol dire semplicemente rendere inevitabile una riforma molto più dolorosa domani.

Dal punto di vista della giustizia sociale (o, se si preferisce, di equitá di trattamento), gli effetti distributivi del sistema pensionistico greco si rivelano piuttosto disastrosi. La spesa fuori controllo citata sopra, e gli annessi deficit, oltre a un mero problema di finanza pubblica, costituiscono sopratutto un problema di equitá - equitá intergenerazionale, come la definiscono gli esperti. In poche parole, la difesa accanita dei privilegi, spacciata come battaglia nobile per salvaguardare i diritti sociali, può più accuratamente essere interpretata come un attacco ai diritti sociali delle generazioni a venire: una graduale e unilaterale riformulazione dell’ implicito contratto sociale a loro insaputa e ovviamente a loro sfavore.

Ma anche a livello intragenerazionale, cioè fra le varie categorie dei pensionati e dei contribuenti di oggi, le disuguaglianze sono francamente scandalosi. Non si tratta di un sistema unico e minimamente coerente, ma di una vera e propria “giungla delle pensioni” (come veniva definito il vecchio sistema italiano finchè i governi tecnici a cavallo fra la prima e la seconda repubblica, sostenuti dai sindacati, non abbiano saputo riformarlo). Si tratta di un sistema che trasferisce risorse e diritti dai dipendenti ai professionisti, dai lavoratori privati a quelli pubblici, dalle donne (tranne poche che invece godono dei privilegi assurdi) ai maschi, dai giovani ai vecchi, dai poveri ai ricchi. Inevitabilmente, la povertá fra gli anziani è altissima, decisamente più alta che in molti altri paesi europei, che per le pensioni spendono meno ma la povertá degli anziani sono riusciti a quasi eliminarla.

Una storiella raccontata qualche anno fa da Anna Diamantopoulou, al tempo Commissaria europea di lavoro e affari sociali, in quota socialista, riassume bene il volto cattivo e crudele del nostro sistema pensionistico. «Nella mia circoscrizione elettorale [provincia di Kozani, nel nordovest della Grecia], si trovano le fabbriche della ΔΕΗ [l’Enel greca]. Lì si possono incontrare tre operai che lavorano l’uno a fianco all’altro. Il primo è un dipendente della ΔΕΗ: andrá in pensione a 50 anni e prenderá €1800 al mese. Il secondo è un dipendente della societá in subbappalto: andrá in pensione a 65 anni e prenderá €375 al mese. Il terzo, pure lui un dipendente della societá in subbappalto, pure lui un giorno “andrá in pensione”, nel senso che non potrá più lavorare, ma se avrá una pensione non lo può dire con certezza nessuno.»

Morale della favola: il nostro sistema pensionistico è sicuramente da riformare, e presto. Ma come insegna l’esperienza internazionale e europea, riformare le pensioni è un’ operazione complicata nei migliori dei casi. Perchè sia riuscita ha bisogno di una classe politica distinta da un alto senso dello Stato, una stampa seria e responsabile, sindacati disposti a difendere i diritti di tutti i lavoratori, presenti e futuri, e non solo gli interessi delle categorie privilegiate da cui provengono i loro dirigenti, intellettuali pronti a fare luce su veritá scomode, e infine una societá sobria e matura. I presupposti sono questi. Francamente, non mi pare che siano in vista, almeno per il momento, in questo paese – ma ovviamente mi potrei sbagliare ...

1 Ιανουαρίου 2005

«La Macedonia greca è greca»

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Ιανουάριος 2005)

Senza dubbio, per gran parte degli italiani la parola «macedonia» ha (o almeno aveva, fino a pocchi anni fa) un significato culinario-gastronomico piuttosto che politico-storico. Ma non intendo adottare il solito atteggiamento del greco incompreso nei confronti dello straniero che non riesce proprio a comprendere («impara la storia», come dicevano i cartelloni appesi ai muri di tutti gli aeroporti greci nei primi anni ’90). Tutt’ altro. Anche perchè, se è vero che la storia dei Balcani è sempre stata incomprensibile al resto del mondo (con l’ eccezzione sporadica di qualche storico o quella ancora più rara di qualche politico), è altrettanto vero che la versione dei fatti che passa per «storia» ad Atene non è certo quella di Skopje, nè quella di Belgrado, nè quella di Sofia, nè quanto meno quella di Ankara. Allora come spiegare gli eventi del ultimo mese, quando la questione della Macedonia è tornata ad eccitare brevemente la classe politica greca?

Forse è più facile partire proprio dall’ equivoco gastronomico: se all’insalata di frutta è stato dato il nome di una fascia larga della penisola balcanica, è solo perchè la composizione etnica, linguistica e religiosa della Macedonia (intesa, appunto, nel senso geografico) è storicamente stata piuttosto complicata. Ma il mosaico culturale è stato anche un puzzle politico – e spesso, tragicamente, «la polveriera d’ Europa».

Ai tempi del Congresso di San Stefano (1877) che ha assegnato la Macedonia alla Bulgaria, e di quello di Berlino (1878) che ha ripristinato il dominio ottomano su gran parte di questa area, la questione della Macedonia sembrava alla diplomazia europea proprio insolubile. La Macedonia era un territorio strategico, abitato da slavi, greci, albanesi e turchi. Inoltre, il suo porto principale era patria di cinquantamila ebrei sefaraditi, la cosmopolita «ville juif» di Salonicco. Aromano vlacchi, Roma zingari e tante altre comunità nomadiche o minoritarie completavano il quadro. Era piuttosto ovvio che in un futuro non troppo distante l’ Impero ottomano perderebbe la Macedonia. Ma chi fra i nazionalismi emergenti dell’ area riuscirebbe a stabilire il proprio controllo?

Quello che è successo dopo è stato descritto «stato di conflitto continuo»: terrorismo dei nazionalisti macedoni del VMRO (1903), guerriglia greca (1905, molto simile nei metodi e negli effetti), prima guerra balcanica (1912, tutti contro i turchi), seconda guerra balcanica (1913, greci e serbi contro i bulgari), prima guerra mondiale, guerra greco-turca (1921-22), seconda guerra mondiale, guerra civile greca (1946-49). Un mare di sangue, spostamenti di popolazioni e «pulizia etnica» (tramite le armi, gli scambi di minoranze o tramite l’ istituzione moderna dell’ istruzione obbligatoria).

Alla fine degli anni ’40, i confini dei Balcani sembravano definiti una volta per sempre. Per i greci, oltre che patria storica di Filippo il Secondo e di Alessandro Magno, la Macedonia era semplicemente la regione della Grecia del Nord. Una area indubbiamente greca, con i greci arrivati dal Ponto o dall’ Asia Minore, e senza gli ebrei sterminati nei campi nazisti, senza i musulmani «restituiti» alla Turchia, senza gli slavi emigrati o assimilati a metà. Per gli altri macedoni, quelli slavi ma nè bulgari nè serbi, è rimasta la semi-autonomia della Repubblica federale iugoslava di Macedonia – ovvero, la coesistenza con i serbi e gli altri all’ interno di uno stato non sempre rispettoso nei confronti delle minoranze etniche, come per esempio quella italiana d’ Istria, ma che almeno riconosceva i macedoni slavi come sua parte costituente.

Negli ultimi anni ’80, mentre sloveni e soppratutto croati e serbi cominciavano la loro discesa verso il nazionalismo violento, la Macedonia iugoslava di Kiro Gligorov ha lavorato inutilmente fino alla fine per la soppravivenza della federazione. Era logico: la Jugoslavia federale offriva protezione ai macedoni slavi come l’ Austro-Ungheria imperiale di ottanta anni prima offriva protezione agli ebrei. Gli stati nazionali fanno paura alle nazioni troppo debole, alle communità senza nazione e senza stato. La dichiarazione d’ indipendenza da parte della Macedonia iugoslava nel 1992 fu una decisione quasi inevitabile, presa con molto timore e poco entusiasmo.

La reazione greca è ben nota. Prima l’ embargo contro quello stato indifeso e impoverito, voluto da quasi tutta la classe politica e accolto con entusiasmo dalla stragrande maggioranza dell’ opinione pubblica. Poi il rifiuto totale di discutere i termini di qualsiasi compromesso («Macedonia Slava»? «Macedonia del Nord»? «Macedonia del Vardar»?), come quello proposto dalla Presidenza portoghese dell’ Ue nel 1992. Solo qualche centinaia di intellettuali della sinistra democratica e del centrodestra liberale (tutte e due correnti politiche in via d’ estinzione) hanno osato opporsi pubblicamente all’ ondata nazionalista che avvelenava la vita politica. Era allora che lo storico Filippos Iliù, scomparso nel 2004, pronunciò la sua risposta allo slogan ufficiale «la Macedonia è greca» che serve da titolo di questo articolo.

Oggi, la nostra classe politica è ben consapevole di essere prigioniera del delirio nazionalista di dieci anni fa e dei luoghi comuni tanto cari a gran parte dell' elettorato, cresciuto sulla dieta quotidiana di semiverità ripetute ad nauseam da opinionisti ignoranti o dal partito virtuale del nostro arcivescovo. Riconoscere che la politica greca sulla «questione macedone» è stata moralmente difettosa e politicamente falimentare non è certo facile, ma è proprio quel che ci vuole per uscire da questa strada cieca. È troppo chiederlo?

1 Απριλίου 2004

L' alternanza greca

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Απρίλιος 2004)

Le elezioni politiche del 7 marzo hanno segnato una svolta. Il partito socialista Pasok, che ha governato il paese negli ultimi 11 anni (e complessivamente non meno di 20 anni dal 1981), ne è uscito sconfitto. Non è servita a nulla la sostituzione di Costas Simitis come leader del partito e candidato premier con Giorgio Papandreu, ex-ministro degli affari esteri e figlio del fondatore del Pasok Andreas Papandreu. Il partito conservatore Nea Democratia ha ottenuto il consenso del 46% degli elettori, una vittoria netta che sembra garantire una legislatura portata regolarmente a termine.

Come al solito, la campagna elettorale ha trascurato quasi tutti i nodi decisivi per il futuro della Grecia. Più sorpredente è stata la mancanza di una valutazione seria sepur critica del periodo appena concluso. Simitis è stato il grande assente, e un silenzio imbarazzato ha avvolto i successi e i fallimenti dei suoi 8 anni al governo. Al contrario, è proprio quello il punto di partenza obbligatorio per capire l’alternanza greca.

Non c’è dubbio che gli 8 anni di Simitis al governo hanno cambiato il volto del paese. Nei primi anni ’90 la Grecia emanava un aria di disorientamento, insicurezza, instabilità. Simitis riuscì ad invertire questa tendenza. A modo suo, cioè senza far troppo rumore ma lavorando metodicamente, ha fatto emergere una Grecia diversa: un paese più europeo, con un’economia più ordinata, e con una società più aperta. L’ingresso nella zona dell’euro, la prospettiva di un Cipro membro dell’Ue e la liquidazione del gruppo terrorista 17 Novembre furono successi di portata storica. Pure lo stile personale di Simitis, la sua avversione alla demagogia e alla retorica tipica di una certa politica, la sua prontezza a fare un passo indietro al momento giusto, hanno fissato gli standard con cui l’opinione pubblica giudicherà (magari inconsapevolmente) i leader politici che hanno preso il suo posto.

Le ombre non sono mancate. Le riforme necessarie e tante volte annunciate dello Stato e delle sue istituzioni (sanità, istruzione, pensioni, giustizia, amministrazione pubblica) hanno avuto un esito poco soddisfacente o addiritura deludente. La sfiducia reciproca fra Stato e cittadino continua ad essere la manifestazione più tipica dell’arretratezza greca e delle resistenze alla modernizzazione. Infine, l’integrità personale di Simitis, riconosciuta anche dai suoi avversari più accaniti, ha spesso stonato al confronto con la corruzione abituale di una parte della classe politica che sembrava convinta della sua permanenza al potere.

In questo senso, l’alternanza era inevitabile, forse anche un bene per la democrazia greca. Il declino morale della politica italiana e del suo partito dominante, la Dc, dall’ austerità di De Gasperi degli anni ’40 allo spettacolo decadente tutto “nani e ballerine” degli ultimi anni ’80 insegna i pericoli di qualsiasi sistema politico bloccato.

Sarà capace il nuovo governo di incidere meglio sui problemi ereditati?

Costas Caramanlis, il nuovo premier, si è dimostrato un leader intelligente ed abile. La sua moderazione è fuori discussione. Nel momento di vittoria, sia lui che i suoi collaboratori più fidati si sono comportati con correttezza e serietà. Ministeri chiave, come quello dell’economia, sono stati affidati a persone di alto livello. Tutti segni positivi.

È la composizione della coalizione sociale che ha portato Nea Democratia al potere a sollevare questioni inquietanti. La sconfitta del Pasok fu la vittoria della “Grecia profonda”: agricoltori, commercianti, pensionati, abitanti dei quartieri popolari, persone poco istruite, attaccate alle tradizioni e all’identità nazionale-ortodossa, timorose della globalizzazione, sospettose dell’Occidente, apertamente ostili nei confronti degli immigrati. Come stabilito recentemente da ricerche europee su attitudini sociali, queste opinioni sono condivise da una maggioranza netta, se non addiritura schiacciante.

Non c’è dubbio che la “Grecia profonda” condizionerà l’azione del nuovo governo. Esponenti della “destra popolare” sono ben rappresentati, soppratutto nei ministeri sociali, indicazione forte che il nuovo governo cercherà di evitare la patata bollente delle pensioni più che può. In generale, anche se personalmente più moderno del suo partito, Caramanlis ne ha imposto un’identità conservatrice e moderata piuttosto che liberale. La rottura dei rapporti con esponenti storici dell’ala liberale come Stefanos Manos ed Andreas Andrianopoulos, che successivamente si sono alleati col Pasok, è stata una scelta consapevole del leader di Nea Democratia. Forse il test decisivo sarà lo spazio politico concesso alla Chiesa. Per il momento, questo è da vedere, anche se il trionfalismo del nostro Arcivescovo per la sconfitta di chi come Simitis ha osato sfidarlo non augura bene.

1 Δεκεμβρίου 2003

La farsa dei «lavori logoranti»

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Δεκέμβριος 2003)

Chi abita o lavora ad Atene si ricorderà sicuramente dello sciopero degli «operatori ecologici» di fine ottobre e le montagne di immondizia -abbandonata sulle strade della città e diventate, per un paio di settimane, un aspetto sgradevole del paesaggio urbano. Chi scrive, probabilmente per perversione professionale - da studioso dello stato sociale - è rimasto particolarmente colpito da una tra le molte cause di questo sciopero. Coloro che raccolgono l’immondizia chiedevano, infatti, che la loro categoria fosse riconosciuta come una tra quelle che pratica «lavori pericolosi e logoranti», un riconoscimento tra l’altro già concesso dal governo e previsto da un apposito disegno di legge (anche se, incredibilmente, non comunicato in tempo agli scioperanti).
Ma perchè è così importante un tale riconoscimento? Che benefici porta alle categorie interessate? La risposta breve è: la possibilità di anticipare la pensione di cinque anni. Per una risposta più completa si dovrà leggere questo articolo fino alla fine.

L’origine dei «lavori pericolosi e logoranti» risale agli anni trenta, quando questa copertura fu estesa ai lavoratori nelle miniere sotterranee, un gruppo di operai che chiaramente lavoravano in condizioni pericolose e spesso addiritura mortali: oltre agli incidenti non rari, la durata media di vita di questo gruppo era sensibilmente inferiore rispetto alla media generale della popolazione. Dunque, offrire la possibilità di anticipare la pensione ai minatori era una decisione di pura equità oltre che di buon senso.

Ma ormai da tempo in Grecia non esistono più né miniere né industrie pesanti. Quella poca industria che c’è, è di tipo «leggero». Il settore agrario (che comunque non ha mai goduto di scorciatoie pensionistiche di questo genere) è in declino numerico. Infine, la maggior parte dei posti di lavoro si trovano nella vasta economia di servizi. Ciò nonostante, a causa dello sviluppo perverso del sistema pensionistico (e sopprattutto del suo carattere non a caso definito particolaristico-clientelare), il regime speciale dei «lavori pericolosi e logoranti» copre oggi nientemeno che 760 mila contribuenti dell’IKA (40% del numero totale degli iscritti a questa cassa pensioni).

La lista delle categorie coperte è piuttosto divertente: include i barbieri e le parrucchiere (ma non le manicuriste), i capi camerieri (ma non i semplici camerieri), i presentatori della TV (ma non della radio) e così via. È da dubitare che ci sia una sola persona tra le categorie interessate che creda veramente che praticare l’arte parrucchiera o seguire la vocazione dell’anchorman riduca la durata media della propria vita.

Ci si potrebbe aspettare da un governo dichiaratamente modernizzatore come quello ellenico, che il ripristino dell’equità di trattamento fra contribuenti sarebbe stata una delle priorità della sua politica sociale. Al contrario, la legge 3029/2002 prevede l’estensione del regime speciale dei «lavori pericolosi e logoranti» agli impiegati statali. Non sorprende dunque l’entusiasmo del sindacato interessato (ΑDEDY) di partecipare ai lavori della commissione ministeriale che ha il compito di definire la lista delle categorie interessate. La proposta di ΑDEDY prevede l’inclusione dei lavoratori delle carceri, dei restauratori di opere d’arte, dei veterinari, e di tantissimi altri gruppi.

Ma tutto questo comporta alcune considerazioni perché si tratta di un problema piuttosto serio. Se il 40% dei contribuenti può anticipare la pensione perché pratica «lavori pericolosi e logoranti», un altro 10% perchè ha figli minori (ormai 16-17enni), un altro ancora 10% per via di altri regimi speciali, allora chi va in pensione all’età prevista di 65 anni? Forse solo i docenti universitari, alcuni dei quali (secondo una leggenda metropolitana) arriverebbero anche a falsificare i certificati di nascita per poter rimanere alle loro cattedre oltre l’età prevista.
Invece, vie d’uscita dalla commedia dei «lavori pericolosi e logoranti» esistono. Prima di tutto c’è bisogno di un maggior impegno di tutte le parti sociali per rendere tutti i posti di lavoro più sicuri (compresi quelli veramente pericolosi soprattutto nei subappalti delle opere Olimpiche, dove decine di immigrati hanno finora perso la vita – ma di quello non si parla molto spesso). Poi l’esperienza internazionale insegna che piuttosto che offrire il prepensionamento si dovrebbe pensare a possibilità di trasferimento da lavori logoranti a posti meno faticosi. Qualche anno fa, il leader storico del sindacato italiano Bruno Trentin parlò ad Atene delle sue proposte di far fare agli ex-poliziotti ancora giovani il mestiere di vigile all’uscita delle scuole. Invece i nostri sindacalisti sembrano pensare che lavorare è sempre e comunque una cosa brutta, e che prima finisce meglio è.