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1 Ιουλίου 2023

A oltre dieci anni dalla Grande Crisi: l’economia greca ha davvero voltato pagina?


Δημοσιεύτηκε στο περιοδικό «Altreconomia» (Ιούλιος-Αύγουστος 2013)

Stando ai recenti articoli di testate giornalistiche autorevoli come The Economist e Financial Times, la Grecia viaggia in un’altra dimensione rispetto agli anni terribili della crisi, quando l’economia ha perso un quarto del Prodotto interno lordo, una famiglia media ha perso quasi un terzo del suo potere d’acquisto, e la disoccupazione è salita fino al 28.7%. Ora l’economia greca corre più veloce della media europea, le esportazioni registrano un boom, e la disoccupazione è scesa al 11,2%.

La narrazione ottimista sull’andamento dell’economia non è priva di fondamento. Il livello degli indicatori che avevano tanto spaventato i mercati nel 2010 è oggi nettamente migliorato. Il disavanzo pubblico (2,3% del Pil nel 2022) è molto più basso di quello italiano (8,0%). Il debito pubblico, pur enorme (171,3% del Pil nel 2022), è in calo e soggetto a tassi d’interesse agevolati fino al 2030. Infine, il valore delle esportazioni di beni e servizi sul Pil è decollato al 48,6% nel 2022, lontano anni luce dal 18,9% del 2009.

Tutto bene quindi? Non esattamente. Tanto per cominciare, la crescita verticale delle esportazioni è significativamente distorta da due voci molto particolari: i trasporti marittimi internazionali (largamente oltre la portata del fisco), e le raffinerie (che importano carburante grezzo per poi riesportarlo appunto raffinato). Al netto di queste due voci, l’aumento del tasso delle esportazioni sul Pil è meno spettacolare: 29,5% nel 2022, rispetto al 16,2% del 2009.

Inoltre, il peso del turismo nell’economia nazionale resta fondamentale: un quinto del Pil, un quarto dell’occupazione, quasi la metà di tutte le esportazioni. Ma il turismo genera poche entrate fiscali, e troppi posti di lavoro di bassa qualità, mentre nel lungo termine, è vulnerabile a rischi sia geopolitici che climatici. Ancora peggio, di pari passo con la ripresa economica sono tornate a crescere anche le importazioni, in misura ancora maggiore rispetto alla crescita delle esportazioni. Risultato: il disavanzo commerciale con il resto del mondo è passato dallo 0,9% del Pil nel 2019 al 9,4% nel 2022. Non siamo ancora arrivati ai livelli raggiunti prima della crisi (11,9% del Pil nel 2007 e nel 2008), ma poco ci manca.

Nel frattempo, i salari sono fermi oppure crescono meno dell’inflazione. Secondo i dati del ministero del lavoro, lo stipendio mensile medio lordo è passato dai 1.118 euro nel 2021 ai 1.176 euro nel 2022, un aumento del 5,2%: troppo poco per compensare l’aumento dei prezzi (9,3% nel 2022). Alla perdita di potere d’acquisto si aggiunge il fatto che l’inflazione colpisce i poveri più dei ricchi, per il semplice motivo che per i primi la spesa per abitazione, energia, e alimentari rappresenta una quota maggiore del reddito rispetto ai secondi.

In un certo modo, le radici di tutte le notizie recenti dell’economia greca, sia positive che negative, vanno cercate nella gestione di quella crisi, a colpi di austerità e svalutazione interna. Per colmare la distanza fra bassa produttività e consumismo sfrenato, la Troika dei creditori (Ue-Bce-Fmi) ha puntato troppo sulla riduzione dei consumi, e troppo poco sull’aumento delle capacità produttive. L’eccesso di austerità e di “riforme strutturali” ha condannato la Grecia a rimanere un’economia poco performante anche negli anni a venire.

L’indebolimento dei sindacati è stato uno dei perni in questa strategia: in termini reali, i salari medi sono circa 25% più bassi rispetto al 2009, mentre il tasso di copertura dei contratti collettivi è sceso nel giro di pochissimi anni dal 100% del 2010 al 14% nel 2014.

La questione è se una cosiddetta “alta via” allo sviluppo è compatibile con relazioni industriali squilibrate, in un contesto istituzionale che concede molta flessibilità alle aziende ma offre poche garanzie ai lavoratori. Per ora, l’economia greca sembra intrappolata in un equilibrio di bassa produttività, basse qualifiche, e basse retribuzioni.

3 Ιουλίου 2015

La Grecia decide il proprio futuro

Δημοσιεύτηκε στον ιταλικό διαδικτυακό τόπο ανάλυσης της δημόσιας πολιτικής «lavoce.info» (Παρασκευή 3 Ιουλίου 2015)

Come in ogni tragedia greca che si rispetti, c’è qualcosa di inevitabile negli eventi degli ultimi giorni. Un giovane presuntuoso e i suoi collaboratori, ubriachi dal trionfo, si comportano con arroganza in patria e all’estero, insistendo che tutti devono piegarsi alla loro volontà, perchè il loro mandato vale più di quello altrui.

Cinque mesi dopo, il nuovo governo greco si ritrova con le spalle al muro. Nel frattempo è riuscito ad alienare chi sperava che il suo arrivo in scena avrebbe allentanto i vincoli di austerità, facilitando un ripensamento della politica economica a livello europeo. Invece no: l’unico risultato sostanziale delle buffonate di Varoufakis e i suoi colleghi è stato quello di ricompattare la fragile unità europea, ma nel senso “sbagliato”: rafforzando la linea ordoliberale di chi come Schäuble vedrebbe di buon occhio un’ Europa senza la Grecia.

Per il resto, grande amicizia con la Russia di Putin (con tanto di inchino del ministro dell’energia greco al dirigente di Gazprom in diretta televisiva), continuità lineare con le peggiori tradizioni corrotte e clientelari (dalle ondate di assunzioni di cugini, nipoti, amici e amanti, ai primi grossolani conflitti d’interesse), e svolta autoritaria (con inasprimento della retorica forcaiola, e uso disinvolto delle istituzioni statali a fini strettamente di parte).

Per quanto riguarda la politica sociale, le tanto attese misure contro la “crisi umanitaria” si sono presto rivelate meno generose di quelle palesemente inadeguate dei governi precedenti. Sul fatto che solo 1 su 10 disoccupati percepisce qualsiasi prestazione sociale di sostegno al reddito (nel paese campione europeo della disoccupazione) regna il silenzio assoluto. Il reddito minimo, promosso dalla Commissione Europea, viene bollato dal ministro responsabile come “roba africana voluta dal Fmi”. Allo stesso tempo, secondo gli ultimi dati ufficiali, tra chi è andato in pensione a maggio 2015, 1 su 4 ha età inferiore a 55 anni (addirittura 1 su 3 nel settore pubblico). Ma “le pensioni non si toccano”, e visto che quelle basse non le vuole comunque toccare nessuno, vengono difese a spada tratta soppratutto quelle baby e d’oro.

Dopo 5 anni di austerità e 7 anni di depressione, l’economia greca era tornata a crescere nel 2014. Si trattava di una ripresa timida e pallida: +1%. Ma intanto la disoccupazione cominciava a scendere, seppure di poco. Ora non più: nei primi mesi del 2015 la Grecia è ancora una volta in recessione, e la disoccupazione sta di nuovo crescendo.

Alexis Tsipras è arrivato al potere promettendo agli elettori una medicina miracolosa e indolore: “Stracceremo gli accordi con la Troika, aboliremo l’austerità con un atto parlamentare”! A chi si chiedeva: “Se è così facile, come mai nessun governo l’aveva pensato prima?” rispondeva “Perchè chi era al governo prima era servo dei creditori. Al contrario di loro, noi nelle trattative saremo duri.” “E se i creditori non cedono?” “La probabilità che succeda qualcosa del genere è meno di 1 su 1.000.000” aveva dichiarato Tsipras in una ormai famosa intervista televisiva pochi giorni prima delle elezioni di gennaio scorso.

Adesso è successo quello che non sarebbe mai successo. Il governo che avrebbe messo fine all’austerità ha offerto ai creditori un programma di 8 miliardi di euro (cioè poco meno di quello proposto dai creditori stessi), ma molto meno credibile (composto al 93% di improbabili aumenti di tasse). A questo punto, invece di sporcarsi le mani con un nuovo accordo, Tsipras e Varoufakis hanno preferito passare la patata bollente agli elettori, anche a rischio di Grexit, lasciando scadere il programma attuale (a martedì 30 giugno), e dando la colpa all’Europa “lontana dalle radici democratiche” ecc. ecc.

Grazie alla decisione di Mario Draghi di non peggiorare la situazione, la Bce non ha staccato la spina al sistema bancario (come presumibilmente imporrebbe il suo statuto), ma non ha neanche aumentato l’inezione di liquidità (come un po’ incoerentemente chiedeva il governo greco). Risultato: capital controls, limite di prelevamento a 60 euro al giorno, code di pensionati e casalinghe. E sgomento, rabbia, paura.

La scomessa di Tsipras era che, con un richiamo da manuale al ferito orgoglio nazionale, la vittoria al referendum sarebbe assicurata. Puntualmente, lo schieramento a favore del “No”, oltre ai nazionalisti di Kammenos ministro alla difesa, si è allargato a comprendere i nazionalsocialisti di Alba Dorata. Cosa mai potrebbe andare storto per il governo?

Certo, il Consiglio di Europa, che non si occupava della Grecia dai tempi dei colonnelli, ha espresso il suo allarme per le (tante) irregolarità di questo referendum, e per la mancata imparzialità delle istituzioni dello Stato. Ma (come hanno subito spiegato gli opinionisti del regime) tanto si sapeva già che l’Europa non sopporta più il governo greco.

Quello invece che non ha potuto prevedere Tsipras e i suoi era il risveglio della Grecia europeista - quasi del tutto priva di rappresentanza politica, ma decisa lo stesso a difendere le conquiste più nobili degli ultimi 40 anni: democrazia avanzata, orientamento europeo, e (nonostante tutto) prosperità e coesione sociale. Le masse di cittadini che hanno riempito Piazza Costituzione, non per insultare il governo, né tantomeno per rompere vetrine o bruciare macchine, ma semplicemente per dichiarare pacatamente la loro appartenenza greca e europea (“Restiamo in Europa!”), complicano i calcoli del governo.

E fanno sperare che un’altra Grecia è possibile.

27 Ιανουαρίου 2015

Syriza ha vinto. E adesso?

Δημοσιεύτηκε στον ιταλικό διαδικτυακό τόπο ανάλυσης της δημόσιας πολιτικής «lavoce.info» (Τρίτη 27 Ιανουαρίου 2015)

Dove nasce il successo di SYRIZA

Il popolo greco ha parlato: la coalizione della sinistra radicale Syriza ha vinto le elezioni con il 36,3 per cento dei voti. Non esattamente un trionfo schiacciante, ma una netta vittoria contro l’avversario principale, il partito conservatore Nuova Democrazia (27,8 per cento) alla guida del Governo uscente, e un’avanzata clamorosa per un partito che fino a cinque anni fa era sotto il 5 per cento. Grazie a un sistema elettorale poco razionale, se non addirittura ingiusto, Syriza, con 149 parlamentari su 300, è arrivata a un soffio dalla maggioranza assoluta, ma il prossimo Governo può contare sull’appoggio del partito Anel – Indipendenti greci. Cosa significa tutto ciò per la Grecia e per l’Europa? L’ascesa spettacolare di Syriza al potere è incomprensibile al di fuori del contesto della crisi di debito del 2009 e del salvataggio del 2010. I cinque anni di miseria che sono seguiti, con il Pil greco ridotto del 24 per cento e la disoccupazione al 27 per cento, e in crescita, hanno reso irriconoscibile il panorama politico greco. L’abbassamento improvviso degli standard di vita è stato un brusco risveglio dall’euforia del decennio precedente, quando l’economia greca cresceva più velocemente della media UE. Inoltre, l’umiliazione di dover sottoporre le azioni del governo all’approvazione dei burocrati non eletti di Bruxelles, Francoforte o Washington DC, ha provocato un diffuso senso di impotenza e di rabbia.

Syriza ha abilmente sfruttato i malumori popolari, diventando la forza principale tra tutti i partiti anti-austerità, che comprendono non solo i comunisti e l’estrema sinistra, ma anche la destra nazionalista appoggiata ‘esternamente’ dai neonazisti di Alba Dorata.

Gli alleati "impresentabili"

Inevitabilmente, tutto ciò finisce per portare a un buon grado di contaminazione. Gli Indipendenti greci, nazionalisti “soft” e normalmente classificabili come destra reazionaria e xenofoba, sono diventati i principali alleati di Syriza. Ora, la loro lealtà alla causa sta per essere ricambiata: Secondo le prime notizie, il loro leader diventerà ministro, probabilmente della Difesa, mentre altri esponenti saranno vicemiministri (tra cui uno a fantomatici Affari religiosi). La sovrapposizione tra sinistra e nazionalisti ha raggiunto dimensioni grottesche nel caso di Rachil Makrì, ex Indipendenti greci, ora Syriza. Tra le sue varie buffonate, merita di essere citato l’attacco al vetriolo (‘Vergognati!’) al sindaco di Salonicco, Yannis Butaris, per aver indossato la stella di Davide nel giorno della Shoah, in memoria dei 50mila membri della fiorente comunità ebraica della città che persero la vita nei campi di concentramento, un gesto arrivato con 70 anni di ritardo. Un attacco che tuttavia non ha impedito ai buoni cittadini di Kozani, nella Grecia nordoccidentale, di eleggerla con più voti di qualsiasi altro candidato.

Il problema di una narrazione semplicistica della crisi

Ha importanza tutto questo? Probabilmente sì.

La sinistra radicale ha grossolanamente reinterpretato la crisi degli ultimi cinque anni, facendola passare per una lotta di liberazione nazionale dal giogo straniero. Ha promesso agli elettori un ritorno facile e indolore ai bei vecchi tempi di prima del salvataggio. Ha delegittimato chi non condivide questa opinione come lacché di Fmi e Angela Merkel. Ha riservato gli attacchi più violenti ai commentatori progressisti che hanno osato sottolineare che forse un po’ di austerità e un bel po’ di riforme erano inevitabili per un paese con un rapporto Deficit/Pil del 15 per cento e un’economia con un disavanzo verso l’estero del 16 per cento del Pil, come la Grecia aveva nel 2009.

Per Syriza tutto ciò è un’eresia: interferisce con la narrazione semplicistica (“andava tutto così bene fino a quando questi stranieri maledetti non hanno cominciato a immischiarsi nei nostri affari”) e così popolare da spianare la strada al partito verso il potere. È con questo stato d’animo che il nuovo premier e i suoi ministri incontreranno i loro colleghi europei (e tedeschi) per discutere del futuro del ‘programma greco’.

In un certo senso, la Grecia potrebbe essere vicina come non mai a una soluzione del problema del debito. L’ondata di simpatia internazionale per la condizione critica del paese preme sulla Germania e sugli altri creditori perché accettino un accordo che riduca il peso del debito sull’economia greca. Le possibili linee guida dell’accordo sono state abbozzate la settimana scorsa dal celebre economista Jeffrey Sachs in un articolo sul Guardian, e dai premi Nobel Joseph Stiglitz e Chris Pissarides, insieme ad altri, in una lettera al Financial Times. L’accordo includerebbe un interesse più basso, un allungamento delle scadenze e un periodo di grazia fino a quando l’economia non si riprenderà.

In realtà, una grande maggioranza degli elettori e dei politici tedeschi rimangono contrari a qualsiasi riduzione del debito greco, all’insegna del motto pacta sunt servanda. Sono infastiditi da quello che percepiscono come un ‘ricatto greco’ e sentono che possono permettersi di scoprire le carte. Dopotutto, il salvataggio del 2010 ha dato il tempo alle banche tedesche di ridurre la loro esposizione al debito greco, ora per la maggior parte in mano a investitori istituzionali come la Bce. Ma la pressione aumenta. In fin dei conti, come hanno fatto notare in molti, compresi Sachs e Stinglitz, è stata la riduzione del debito tedesco nel 1953 a mettere le basi per il Wirtschaftswunder del paese negli anni Sessanta.

Questo è probabilmente il miglior accordo che la Grecia può aspettarsi: una riduzione del debito, più un certo spazio fiscale per aiutare la ripresa (e per finanziare il programma sociale del nuovo Governo), in cambio di nuove riforme e bilanci in pareggio, sotto una forma di supervisione internazionale meno dura. È probabile che accadrà? Non molto. Ma non è impensabile che una versione diluita di un simile accordo potrebbe essere offerta al Governo greco.

Verrebbe accettata? È una domanda meno assurda di quanto sembra. Il fatto è che i rappresentanti di Syriza andranno ai negoziati col mandato massimalista di pretendere una larga riduzione del debito e la fine dell’austerità. Poi, il partito è allergico alle riforme: ha combattuto aspramente anche contro quelle più innocue, difendendo il ‘diritto’ di certi lavoratori ad andare in pensione al di sotto dei 60 anni con una lauta pensione, il ‘diritto’ degli insegnanti a non essere valutati per la loro performance e a non essere sottoposti a misure disciplinari se non vanno a lavorare. I più sensibili tra i rappresentanti di Syriza probabilmente riconoscono che la loro posizione nei negoziati è, a dir poco, da ripensare. Ma il loro spazio di manovra è limitato: gli elettori e l’opinione pubblica non accetterebbero niente di meno. Nell’atteggiamento “macho” degli ultimi cinque anni (e oltre) la parola ‘compromesso’ è diventata un insulto. La stessa retorica che ha fatto la fortuna politica di Syriza oltre le più rosee aspettative, ora rischia di metterli con le spalle al muro.

Questa è la situazione in cui si trova la Grecia. Da una parte, una voltafaccia di Syriza sarebbe difficile da vendere ai parlamentari, ai membri del partito e all’elettorato. Dall’altra, una sua posizione ‘intransigente’ fornirebbe ai tedeschi ordo-liberali il pretesto per rifiutare in toto le richieste greche. Anche a costo dell’uscita della Grecia dall’euro.

1 Απριλίου 2014

Sinistra italiana e populismo greco

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Απρίλιος 2014)

Come è ormai noto, una parte della sinistra italiana si sta mobilitando a favore della candidatura di Alexis Tsipras, leader del partito di sinistra radicale greca, alla guida della Commissione europea alle elezioni europee di 25 maggio 2014. L’iniziativa è partita da un gruppo ristretto di intellettuali: la scrittrice Barbara Spinelli, il direttore di «MicroMega» Paolo Flores d’Arcais, lo scrittore Andrea Camilleri, i sociologi Luciano Gallino e Marco Revelli, l’economista Guido Viale. Al loro appello, lanciato online, hanno aderito migliaia di persone (circa diecimila solo nei primi sei giorni). Alla campagna elettorale ha ultimamente deciso di aggregarsi anche «Sinistra-ecologia-libertà», il partito guidato da Nichi Vendola, con una mozione votata al suo ultimo congresso.

Le ragioni principali di questa scelta sono interne alla politica italiana. Come spiega Flores d’Arcais: «In Italia per una larga fetta della societa civile c’è una specie di tenaglia: o Renzi o Grillo. A questa tenaglia molte persone, aderendo al nostro appello, dicono di volersi sottrarre, cercano un’ altra strada.»

Da cittadino greco che segue con interesse la politica italiana senza parteciparvi, non mi posso permettere di entrare nel merito di queste affermazioni. Quello che invece vorrei commentare è la risposta del direttore di «MicroMega» alla domanda piuttosto ovvia: e perchè proprio Tsipras?

Flores d’Arcais (sul Corriere della Sera, il 27 gennaio 2014) offre due motivazioni. La prima: «Innanzitutto, proprio perchè Tsipras è greco. Scegliersi un riferimento ad Atene, e non a Berlino, ha già una forza simbolica.»

Mi limito ad osservare che, nonostante le buone intenzioni dei promotori di questo riferimento, si tratta della stessa forza simbolica che anima lo schieramento transversale nazional-populista, che accommuna i neonazisti di «Alba Dorata» ai terroristi rivoluzionari di «17 novembre» che inveiscono in coro contro il «Quarto Reich» della cancelliera tedesca Angela Merkel.

Mi concentro invece sulla seconda motivazione: «E poi rappresenta il Paese che soffre di più per le politiche di austerity e tuttavia ha saputo dare allo scontento uno sbocco democratico, senza che la rabbia diventasse populismo.»

Tsipras l’antipopulista? Vediamo un po’. Ma prima un breve riassunto della crisi greca, che è senz’altro gravissima. Negli ultimi 5 anni di aiuti finanziari internazionali legati a una politica di austerità da «cura da cavallo», il reddito nazionale si è ridotto di un inedito 24% (paragonabile solo al 30% del Pil statunitense perso durante la Grande Depressione del 1929-1932). Le radici di questa crisi vanno certamente cercate nell’instabilità dei mercati finanziari internazionali. Ma si collocano anche (e, a mio avviso, soppratutto) nelle caratteristiche del «sistema paese» greco.

Basta ricordare che nel 2009 il disavanzo del bilancio pubblico (spese governative meno entrate fiscali) si è rivelato pari al 15,6% del Pil, contro il 3% previsto dai trattati solennemente firmati da tutti i governi, inclusi quelli greci. E che il disavanzo del bilancio esterno (importazioni meno esportazioni) era arrivato nel 2008 al 14,9% del Pil, segno della scarsa competitività dell’economia greca. Si potrebbe riassumere lo stato delle cose alla vigilia della crisi dicendo un po’ brutalmente che la Grecia ambiva a un tenore di vita nordamericano con una cultura imprenditoriale balcanica, tradizioni lavorative medio orientali, e «una amministrazione pubblica di rara inefficienza, sprezzante verso il cittadino, oscillante tra spreco e corruzione» .

Che cosa ne pensa Tsipras? Non si capisce bene. La bancarotta morale prima che economica del paese che ha portato alla crisi, non lo riguarda. Forse perchè la sinistra radicale greca non è mai stata al governo, e dunque non se ne sente affatto responsabile. Ma questa scusa è poco convincente. É vero che la colpa principale per le sorti di un paese è sempre di chi governa, ma in una democrazia anche l’opposizione ha la sua responsabilità. Soppratutto se, come quella greca, ha fatto di tutto per bloccare ogni tentativo di modernizzazione, ogni proposta di riforma, dalle pensioni all’amministrazione pubblica, gridando allo scandalo, e schierandosi sistematicamente in difesa di posizioni di rendita e di interessi parziali.

La retorica di Tsipras è dominata da altri temi: dalla denuncia rituale del neoliberismo, dei poteri stranieri che hanno scelto la Grecia (chissà perchè) come terreno privilegiato dei loro esperimenti disumani, e ovviamente dei loro servitori greci. Per uscire dalla crisi basta liberarsi dal neoliberismo, degli stranieri cattivi, e dei traditori al governo. Poi, a elezioni vinte, basta una proposta di legge per cancellare le politiche dell’austerità e tornare come prima. Facile, no?

Nel frattempo, gli esponenti massimi del partito di sinistra radicale hanno cercato di articolare la loro visione alternativa. Ipotizzando improbabili aiuti alternativi (i rubli di Putin, mai materializzati). Simpatizzando col modello argentino (traduzione: denunciamo il debito, usciamo dall’euro, svalutiamo la dracma, e facciamo come prima). Proponendo di pagare gli stipendi dei funzionari statali e i vincitori di appalti pubblici con titoli di credito «a scopo speciale» (proposta subito archiviata quando è stato fatto notare che questi titoli farebbero da moneta parallela, il cui valore sarebbe subito sceso nel mercato nero). Suggerendo tasse punitive ai risparmi (puntualmente seguiti da una fuga di capitali all’estero). E infine chiedendo all’Unione europea di mostrare la sua solidarietà erogando alla Grecia fondi «di natura non rimborsabile» (traduzione: dateci i soldi che ci mancano per vivere come prima).

Infatti, non c’è protesta che non venga subito sposata dal partito di Tsipras: dai giovani saccheggiatori di Atene dopo l’uccisione di un ragazzo dalla polizia nel dicembre del 2008, agli estremisti entrati nelle università occupate per distruggere aule e laboratori, ai gestori dei locali turistici insorti contro gli ispettori fiscali sull’isola di Hydra nell’estate del 2012, agli indignati di Piazza Costituzione all’attacco del governo e/o della democrazia parlamentare, a seconda dei gusti.

Non a caso, è stata proprio quella protesta, dell’estate del 2011, a rivelare l’entroterra comune del nazional-populismo che unisce la destra nazionalista e la sinistra «rivoluzionaria». Lo spettacolo degli indignati era davvero singolare: la piazza alta occupata da gente che sventolava bandiere greche, quella bassa dal popolo delle bandiere rosse. In coabitazione pacifica, e in perfetto accordo sulla necessità di «fare pulizia», perfino in chiave forcaiola.

Una sintonia negata furiosamente da entrambi le parti, ma confermata dai sondaggi. Come quello post-elettorale di Vprc (luglio 2012), che ha rivelato che fra gli elettori del partito di Tsipras il tasso di gradimento di Michaloliakos leader dei neonazisti di «Alba Dorata» era un rispettabile 16%, e quello di Kammenos leader dei nazionalisti isterici di «Greci indipendenti» arrivava addirittura al 52%. Nello stesso sondaggio si legge che la simpatia fra nazionalisti di destra e radicali di sinistra è ricambiata: il tasso di gradimento di Tsipras da parte degli elettori di «Alba Dorata» a un non trascurabile 14%, mentre fra quelli di «Greci indipendenti» a un robusto 38%.

E confermata anche dai fatti. Come nel caso di Karypidis, candidato alla guida della regione Macedonia occidentale alle elezioni del prossimo maggio, che si è subito rivelato antisemita convinto, provocando le proteste delle organizzazioni ebraiche. Il partito di Tsipras lo ha in seguito sconfessato, criticando allo stesso tempo anche le organizzazioni ebraiche, mentre la direzione regionale del partito ha invece confermato il suo sostegno al candidato antisemita. Affinità elettive.

Andare avanti con altri esempi sarebbe forse noioso. Ma è importante capire come la scarsa cultura democratica di Tsipras e del suo partito, la delegittimazione dell’avversario, la propensione all’intolleranza, trovano sbocco nell’ambiguità delle loro posizioni sul ruolo della violenza nella politica. Anni luce lontani dalla «non violenza» di Fausto Bertinotti, il partito di Tsipras si guarda bene dal non alienare i «compagni che sbagliano»: dai ragazzi che lanciano cocktail Molotov (a volte letali, come quelli che hanno provocato la morte di tre impiegati di banca nella grande manifestazione contro il salvataggio europeo di maggio 2010), agli assassini di «17 novembre» e i loro imitatori. E quando lo scrittore Tatsopoulos, deputato di sinistra radicale, ha osato notare che una parte dell’elettorato di sinistra sembra ammirare i terroristi, è stato subito espulso dal partito. Come ha spiegato il dirigente Voutsis, con tipico linguaggio militare, «siamo in guerra, e esigiamo dai nostri deputati coesione e solidarietà» (cioè disciplina).

Resistenza contro il governo dei Quisling (dal nome del primo ministro norvegese ai tempi dell’occupazione nazista), e governo di unità nazionale (si presume con i nazionalisti soft di Kammenos, contro tutti i moderati): in questo si riassume il programma politico della nostra sinistra radicale. Per il resto, demagogia sfrenata, idee povere, proposte improponibili, progetti confusi. Un non programma, che ha il merito di promettere soluzioni facili e indolori, e dunque elettoralmente molto promettenti. Ecco il segreto del successo strepitoso del partito di Tsipras, passato dal 4,6% del 2009 al 26,9% del giugno 2012.

Da qui la disperazione di una larga fetta della società civile, europeista liberale e progressista, stretta da una specie di tenaglia: da una parte il governo attuale di coalizione conservatore-socialista, che promette di garantire la posizione della Grecia in Europa pur mostrandosi incapace di rompere con la vecchia politica clientelare e corrotta; dall’altra parte, l’opposizione arcobaleno (con tanto di nero), di nazionalisti di destra e radicali di sinistra, che fa capo a Tsipras, l’antipopulista immaginato da Flores d’Arcais.

10 Φεβρουαρίου 2012

Il salario minimo nella Grecia in crisi

Δημοσιεύτηκε στον ιταλικό διαδικτυακό τόπο ανάλυσης της δημόσιας πολιτικής «lavoce.info» (Παρασκευή 10 Φεβρουαρίου 2012)

La saga della crisi greca va avanti ormai da due anni. Ultima puntata: senza mezzi termini la ‘troika’ di creditori (Fmi-Ce-Bce) pone come condizione, per sbloccare il pacchetto di aiuti internazionali, l’attuazione da parte del governo greco di nuove misure strutturali e di austerità. Fra esse spicca la proposta/pretesa di ridurre del 22% i salari minimi, per dare uno slancio alla competitività dei prodotti greci.

Le parti sociali (datori di lavoro inclusi) hanno bocciato la ‘ricetta neoliberale’ della svalutazione competitiva del costo del lavoro. I sindacati in particolare sono scesi sul sentiero di guerra. Il partito trasversale del ritorno alla dracma (destra nazionalista e sinistra radicale, con il sostegno sentito di intestatari di conti bancari svizzeri, imprenditori offshore, evasori fiscali e speculatori vari) ha gridato all’ennessima offesa all’orgoglio nazionale, parzialmente ripulita con la bruciatura rituale di una bandiera tedesca in Piazza della Costituzione (immagine che ovviamente ha fatto subito il giro dei media internazionali). Il governo invece pare disposto ad accettare, pur con una dose notevole di mal di pancia. Prossima puntata: la coalizione di governo avrà i numeri in parlamento? La Grecia si salverà? Restate con noi.

Cerchiamo di andare per ordine. Che l’economia greca fosse poco competitiva si sapeva già. Alla vigilia della crisi, in piena campagna elettorale per le politiche di ottobre 2009, ha fatto clamore la notizia che – secondo il rapporto annuale del World Economic Forum – la Grecia era scivolata al novantessimo posto della classifica mondiale di competitività, ultima in Europa, dietro al Botswana. Al di là della solita retorica, la reazione della classe politica e delle parti sociali è stata (come al solito) ai limiti dell’indifferenza – comunque, non all’altezza di questa emergenza.

Ha ragione dunque la ‘troika’ a voler ridurre i salari minimi? Si e no.

Si, perchè nonostante i tagli ai salari subiti negli ultimi due anni, il costo del lavoro rimane troppo alto. Secondo i dati della Banca di Grecia, il costo unitario del lavoro nel periodo 2004-2011 è cresciuto del 26% (+34% tra il 2004 ed il 2009, -6% dal 2009 al 2011); quasi il doppio rispetto alla media della zona euro (+14% negli anni 2004-2011).

E si ancora, perchè il salario minimo stabilito dalla legge (€877 mensili su base annuale) è nel 2012 più alto che in Spagna (+17%), molto più alto che in Portogallo (+55%) e sei volte più alto che in Bulgaria (dove si sono trasferiti molte imprese greche negli ultimi anni).

No, perchè in un mercato del lavoro come quello greco, tagliare i salari non garantisce che i prezzi calino. Come ha notato un ex-ministro dell’ economia in tempi migliori (attualmente mio collega), per molti datori di lavoro (sopratutto nelle imprese meno esposte alla concorrenza internazionale) affrontare la crisi non significa ridurre i prezzi per difendere le quote di mercato, ma mantenerli per difendere i margini di profitto. Senz’altro un’attitudine mentale di corte vedute, ma perfettamente coerente con il modello imprenditoriale diffuso nel paese.

No, anche perchè, visto che molti imprenditori hanno adottato una visione piuttosto disinibita della legalità, molti lavoratori precari ricevono già salari sotto il minimo (e senza contributi). Ancora no perchè puntare sui costi bassi, come strategia per la ripresa, mi sembra poco lungimirante: come hanno imparato gli albergatori della Calcidica a loro spese, assumere impiegati bulgari o polacchi e pagarli una miseria non fa altro che incoraggiare i tour operators a offrire contratti a prezzi stracciati: un vero e proprio circolo vizioso.

E no, infine, perchè nonostante una spesa sociale complessivamente vicina alla media europea, lo stato sociale greco si distingue per la mancanza quasi totale di ammortizzatori sociali, adesso che se ne ha più bisogno che mai.

Cosa si può fare? Pretendere che il governo riduca i salari minimi per decreto quando le parti sociali hanno appena deciso il contrario (di non aumentarli) è sicuramente da repubblica delle banane. Dall’altra parte, in questa battaglia c’è molta ipocrisia. Per la confindustria greca non ha senso sprecarsi per ridurre i costi del lavoro quando si può tranquillamente ignorare la legge. Per i sindacati, assenti dalle imprese potenzialmente interessate, si tratta di un gesto meramente simbolico e ad alto contenuto ideologico. In questo contesto, trovare una soluzione non è semplice.

La mia proposta, per quanto possa valere, rivolta ai sindacati e ai partiti del centrosinistra, è di accettare una riduzione del salario minimo, ma inferiore al 22% attualmente in discussione, e di pretendere in cambio da governo e imprenditori il loro impegno su quattro punti: (1) ammortizzatori sociali per le famiglie di disoccupati e di lavoratori poveri; (2) ripristino della legalità dappertutto: nessun lavoratore in nero; (3) riduzione subito dei prezzi da parte delle imprese coinvolte; (4) aumento graduale del salario minimo nel futuro prossimo, man mano che l’economia cresce.

Attendiamo qualche risposta. Ma senza trattenere il fiato.

30 Σεπτεμβρίου 2010

La crisi e lo stato sociale in Grecia

Ομιλία στο 3ο ετήσιο συνέδριο της Ιταλικής Εταιρείας Κοινωνικής Πολιτικής στη Νάπολη (30 Σεπτεμβρίου - 2 Οκτωβρίου 2010)

Care colleghe e cari colleghi

Inanzitutto vorrei ringraziare gli organizzatori di questa conferenza per avermi invitato a parlare a voi. Seguo con molto interesse gli sviluppi di politica sociale in Italia, e le analisi di studiosi italiani. Lo scambio di idee fra ricercatori sudeuropei, soprattutto nelle scienze sociali, di solito avviene tramite strumenti troppo spesso ideati per descrivere altre realtà, e raramente in modo diretto. Ho sempre ritenuto che questo sia un peccato: abbiamo tanto da imparare gli uni dagli altri, sia dai nostri successi che dai nostri fallimenti.

Il mio breve discorso riguarda uno di questi fallimenti. Chiaramente, non è questo il momento né il luogo per un'analisi approfondita delle cause della crisi greca, ammesso che ne sarei capace. Mi limito a ricordare che nel maggio 2010, il nostro governo è stato costretto ad ammettere di fatto l’impossibilità di finanziare il disavanzo fiscale e il debito nazionale attraverso la vendita di titoli di stato nei mercati internazionali, se non a tassi proibitivi. Il default è stato evitato solo grazie all’intervento congiunto di Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale (la cosiddetta “troika”).

La grandezza degli aiuti concordati non ha precedenti nella storia della finanza internazionale: 110 miliardi di euro, sufficienti per coprire il fabbisogno dello stato per tre anni. In cambio, il governo greco ha dovuto far approvvare dal parlamento un “Memorandum di politiche economiche e finanziarie”. Il Memorandum detta in modo dettagliato l’azione governativa dei prossimi tre anni, e prevede tagli di spesa e aumenti di tasse atti a ridurre il disavanzo fiscale al 3% del Pil nel 2014 (dall’attuale 13,6%). É chiaro che l’incisività di queste misure è (anche quella) senza precedenti.

La crisi greca non è ancora finita; forse siamo solo all’inizio. Per un bilancio definitivo dei suoi effetti sociali è troppo presto: bisognerebbe aspettare molti anni ancora. Quello che invece vorrei fare oggi è esaminare il rapporto fra crisi e stato sociale. La mia tesi è che questo rapporto è molto più complesso di quanto possa apparire.

Da un lato, tra i fattori che hanno fatto precipitare la crisi spiccano i fallimenti dello stesso “Welfare state alla greca”, soprattutto l’ammontare vertiginoso della spesa pensionistica in un futuro non troppo lontano.

Dall’altro lato, la crisi sicuramente cambierà (forse radicalmente) lo stato sociale greco: lo priverà di risorse essenziali, ma allo stesso tempo indurrà o accelererà riforme da molto tempo auspicate da molti.

Infine, per lo stato sociale greco la crisi rappresenta una sfida enorme, mettendo in questione la sua capacità di funzionare da ammortizzatore degli effetti della crisi sulle vite delle persone che ne restano vittime. Se il tempo permette, vorrei concludere con alcune riflessioni sul futuro della politica sociale greca nell’attuale clima avverso.

1.
Comincio dallo stato sociale come fattore della crisi. Il caso greco sembra convalidare le previsioni pessimiste di un vecchio filone di pensiero che enfattizzava il ruolo della spesa sociale nella crisi fiscale dello stato, e che in certi casi arrivava ad ipotizzare l’incompatibilità fra capitalismo e democrazia. Le riforme attuate in molti paesi europei hanno smentito queste previsioni, riuscendo a rendere più sostenibile la spesa sociale, spesso senza fatalmente indebolire lo stato sociale come molti temevano. Ma non in Grecia, dove la spesa sociale ha continuato a crescere, spesso senza corrispondenti miglioramenti in termini di qualità di servizi o di adeguatezza di prestazioni.

Si potrebbe benissimo riassumere l’attuale sistema pensionistico greco usando la formula “labirinto delle pensioni”, inventata per descrivere il sistema italiano precedente alle riforme Amato e Dini.

Un sistema frammentato: centinaia di schemi che seguono ognuno regole diverse, dove le categorie più agiate (i medici, gli ingegneri, i bancari, gli impiegati statali) godono dei privilegi più vantaggiosi.

Un sistema ipertrofico: le pensioni forniscono il 24,1% del reddito disponibile della famiglia media, mentre tutte le altre prestazioni sociali (indennità di disoccupazione, assegni familiari, sussidi di abitazione) corrispondono a non più del 3,7% dei redditi familiari messe insieme.

Un sistema insostenibile: le proiezioni della spesa pensionistica prevedono che quella greca dall’attuale 12,6% del Pil a salirà al 24,8% nel 2050, mentre nello stesso arco di tempo quella italiana passerà dal 14,0% al 14,7%.

Infine un sistema inìquo: sia perchè una spesa di tale misura fa scempio del contratto intergenerazionale che dovrebbe stare al cuore di ogni sistema pensionistico; sia perchè anche in termini intragenerazionali l’attuale sistema funziona male, creando più diseguaglianza di reddito e riducendo la povertà degli anziani meno di altri sistemi europei.

Eppure questo sistema (frammentato, ipertrofico, insostenibile e, soprattutto, inìquo) si è rivelato resistente ad ogni cambiamento sostanziale per almeno venti anni.

La lunga storia di riforme fallite (o abortite di fronte reazioni violente, o compromesse da concessioni eccessive alle categorie interessate) è stata raccontata altrove, da me come da altri. Certo, riformare le pensioni è politicamente difficile dappertutto. Ma quello che caratterizza il caso greco è l’egoismo estremo delle categorie privilegiate (nonostante il loro tentativo di dissimularlo con un linguaggio tutto diritti e conquiste sociali), la timidezza dei governi (loro stessi permeati da interessi di parte), e la debolezza delle coalizioni argomentative (advocacy coalitions) a favore di una riforma equa e sostenibile.

É stato davvero impressionante osservare il dibattito sulle pensioni l’estate scorsa. L’obbligo di far rientrare la spesa pensionistica è stato presentato dai politici, e percepito dall’opinione pubblica, come una perdita netta (seppure, per alcuni, inevitabile). L’idea che dovremmo alleggerire il peso dei nostri eccessi sulle generazioni future non è neanche figurata nel dibattito.

Ironicamente, quasi gli unici a cui premeva rendere sostenibile la spesa pensionistica pare fossero i rappresentanti della troika Ce-Bce-Fmi. Certamente, più per difendere gli interessi di chi ha investito sui titoli di stato greco di medio e lungo termine, che per amore nei confronti dei nostri figli e nipoti. Ma certo ciò non rende meno triste la miopia della società greca e dei suoi rappresentanti politici.

2.
Passo ora agli effetti della crisi sullo stato sociale greco. Due tipi di effetti si possono distinguere. Il primo consiste in tagli di prestazioni sociali come parte della politica di austerità con cui il governo sta cercando di ridurre il deficit. Il secondo riguarda le riforme previste nel Memorandum dettato dalla troika Ce-Bce-Fmi, firmato dal governo e approvato dal parlamento come condizione sine qua non per il versamento (a rate) dei sostegni finanziari concordati. Sia i tagli che le riforme interessano soprattutto le pensioni.

Per quanto riguarda le misure di austerità adottate la primavera scorsa, si può calcolare che per le pensioni a 1.000 euro al mese il taglio complessivo è pari al 9%, mentre per quelle sopra i 3.500 euro al mese supera il 23%.

Per quanto riguarda le riforme, già nel luglio scorso è stata varata una nuova legge sulle pensioni. Il passaggio rapido della riforma è un caso emblematico del concetto di “giuntura critica”: dopo uno stallo di quasi due decenni, la legge ha concluso il suo iter politico e parlamentare nel giro di soli due mesi dalla messa in vigore del Memorandum.

La riforma, forse la più significativa nella storia dello stato sociale greco, rappresenta una rottura almeno parziale rispetto alla logica bismarckiana tradizionale. Secondo la nuova legge, una nuova architettura pensionistica prenderà forma a partire dal 2015.

Il primo pilastro sarà la pensione di base, piuttosto modesta (a 360 euro mensili) ma quasi universale.

Il secondo pilastro sarà la pensione proporzionale, con aliquote di rendimento annuo che partono dallo 0,8% per periodi contributivi di meno di 15 anni, e arrivano all’ 1,5% per carriere che superano i 40 anni.

Inoltre, la legge garantisce una pensione minima a chi andrà in pensione con almeno 15 anni contributivi, il cui valore oggi sarebbe pari a quasi 500 euro al mese.

Chiaramente, la nuova legge è stata attaccata da destra e sinistra come crudele e liberista. Si noti che lo stesso è stato detto di tutti i tentativi di riforma pensionistica dall’inizio degli anni novanta in poi. Personalmente ritengo che la riforma meriti una valutazione più articolata.

É senz’altro vero che le pensioni future saranno più basse di quelle di oggi (nel caso dei professori universitari, fino al 52% in meno). In un certo senso, visto il deragliamento della spesa pensionistica, questo non poteva che essere l’obiettivo principale della riforma.

D’altra parte, la nuova architettura pensionistica incorpora molti dei principi di un sistema equo e sostenibile. Negli ultimi vent’anni, disegni di riforma non troppo dissimili furono proposti (ovviamente senza successo) da me come da altri studiosi vicini al centrosinistra.

Per il resto, pare che il governo abbia lottato con la delegazione congiunta Ce-Bce-Fmi per ottenere esenzioni e clausole di salvataggio per le categorie protette. A giornalisti, medici, avvocati, ingegneri e impiegati della Banca di Grecia è stato riconosciuto il “diritto” di mantenere i loro schemi previdenziali separati. Impiegati statali e parastatali assunti prima del 1983 sono esenti dai provvedimenti restrittivi della nuova legge. Infine la riforma non riguarda affatto gli agricoltori (le cui pensioni vengono calcolate secondo regole molto più vantaggiose). In tutti questi sensi la riforma devia dal principio di eguaglianza di trattamento.

3.
La questione finale che vorrei sollevare è la capacità dello stato sociale greco di aiutare le persone a reggere l’impatto della crisi. Che questo impatto sarà fortissimo si può dare per scontato. Secondo le previsioni (forse ottimiste) del Fondo monetario internazionale, nel 2011 il Pil sarà sceso dell’ 8,4% rispetto al suo livello nel 2008, mentre il tasso di disoccupazione ufficiale sarà salito al 14,6% (dal 7,7% nel 2008) e rimarrà sopra il 14% almeno fino al 2015.

Qui il problema principale è l’inadeguatezza degli ammortizzatori sociali e la loro interazione problematica con le realtà del mercato del lavoro. Quest’ultimo, in Grecia come in Italia, è segnato da una vera e propria polarizzazione tra iper-protetti insiders (soprattutto nel settore pubblico) e poco protetti outsiders (immigrati precari e giovani e/o donne con contratti di breve termine).

Fra di loro si colloca una terza categoria dei midsiders, proposta recentemente da tre colleghi italiani per delineare la situazione dei lavoratori regolarmente occupati nel settore formale privato, ma sottoprotetti rispetto agli insiders in termini di accesso a protezioni legali e sociali. La riforma dello scorso luglio, intenta a favorire la flessibilità senza badare troppo alla sicurezza, ha reso i licenziamenti più facili e meno costosi per i datori di lavoro, e con ciò ha spostato la posizione dei midsiders verso quella degli outsiders.

Con ogni probabilità, l’impatto occupazionale della crisi economica sarà asimmetrico. Gli insiders hanno già subìto tagli di stipendio in media pari al 13%, ma nel settore pubblico le perdite di posti sono limitate e interessano solo il numero esiguo di lavoratori marginali con contratti a termine.

I midsiders non possono sperare in aumenti di stipendio che proteggano il loro potere d’acquisto, ma (a differenza degli statali) hanno almeno mantenuto la tredicesima e la quattordicesima. D’altra parte, per loro la paura di perdere il posto è vera, e si percepisce sempre di più.

Ma è probabile che la crisi colpisca gli outsiders più forte che tutti gli altri. Infatti, le prime indagini statistiche rivelano che i giovani, le donne e gli immigrati costituiscono una parte più rilevante dei nuovi disoccupati che di quelli già senza lavoro.

Allo stesso tempo, gli ammortizzatori sociali (come tutte le altre istituzioni dello stato sociale) sono pensati in rapporto alla realtà, o meglio finzione, del lavoratore fordista che può contare su una carriera lavorativa lunga e senza interruzioni. Fatte su misura di chi ha il posto fisso, tali istituzioni penalizzano invece chi può solo sperare in lavori pagati male, senza prospettive, spesso in nero, alternando periodi di occupazione a periodi di inattività, e di conseguenza difficilmente riesce a soddisfare le condizioni contributive per l’accesso alle prestazioni sociali.

Le carenze della rete di protezione sociale greca sono più evidenti in tre aree: sussidi di disoccupazione (soprattutto quella di lunga durata), assistenza sociale (la Grecia è l’unico paese nell’Ue a non disporre di un sistema, neppure a livello locale, di reddito minimo garantito), e assegni familiari (tranne nel caso degli insiders, bassissimi o non disponibili alle famiglie con uno o due figli).

In parole povere, in Grecia gli ammortizzatori sociali favoriscono meno chi ne ha più bisogno.

4.
A questo punto ci si potrebbe domandare: quale futuro per lo stato sociale greco?

Il governo attuale, del partito socialista, eletto nell’ottobre 2009 con un programma vagamente espansionista, si è subito trovato nella posizione poco invidiabile di dover gestire la peggiore recessione dal dopoguerra, nel contesto di una severa crisi di indebitamento, costretto a chiedere sostegni finanziari all’estero e di conseguenza a sopportare l’umiliazione di pesanti interferenze internazionali sulle azioni di governo per almeno il resto di questa legislatura. In queste circostanze, se il governo dovesse decidere che rafforzare la protezione sociale non è tra le priorità più urgenti sarebbe forse comprensibile.

Comprensibile ma sbagliato - stando almeno all’analisi precedente. Perchè lo stato sociale greco, nella sua forma attuale, non sembra in grado di affrontare la crisi.

Sotto questa luce, rafforzare la protezione sociale tramite una politica sociale riformatrice, piuttosto che un lusso che il paese non si può più permettere, diventa indispensabile per la coesione sociale intesa in senso stretto.

Mi fermo qua. Vi ringrazio per la vostra attenzione.

2 Ιουνίου 2010

Austerità occasione per trasformare la Grecia?

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Ιούνιος 2010)

C'è una ragione semplice per cui l'uscita dalla penosa situazione economica di questo paese non è semplice affatto. Quello che è entrato in crisi negli ultimi mesi non è solo la politica economica che ha permesso al debito di salire alle stelle: è l'intero "sistema paese", o l'intreccio della politica con l'economia e la società.

Visto che si tratta di un argomento piuttosto vasto, mi limito a sottolineare un aspetto a mio parere fondamentale della crisi: la drammatica distanza che separa le capacità produttive della nostra economia (almeno così com'è oggi) dalle aspirazioni di tenore di vita (inteso come consumi) da parte dei cittadini.

Da un lato, un modello produttivo basato su salari bassi e specializzazioni altrettanto basse, sull'applicazione limitata delle tecnologie, sulla diffidenza delle imprese verso l'innovazione, sul disprezzo delle regole fiscali, sulla quotidiana violazione del diritto lavorativo, sul trascurare degli obblighi assicurativi, sull'esaurimento delle risorse naturali. Si tratta di un modello di "sviluppo scadente", che ha da tempo raggiunto i suoi limiti.

Dall'altro lato, il livello e tipo di consumi che abbiamo adottato è paragonabile (se non addiritura ancora più costoso) a quelli di economie molto più avanzate della nostra. Allo stesso tempo, il declino dei servizi pubblici, come per esempio la scuola e la sanità, significa che l'effettivo costo di vita è molto superiore che in altri paesi dove invece questi servizi sono accessibili gratis o quasi.

In parole povere, mentre l'economia greca perde quota nei mercati internazionali perchè produce beni di bassa qualità o di alto prezzo (o di tutte e due), la domanda interna assorbe un livello alto di consumi (per lo più prodotti d'importazione), finanziati tramite l'indebitamento pubblico e privato.

Chiaramente, questa situazione non è sostenibile. Colmare la distanza fra capacità produttive e aspirazioni consumistiche non è una discutibile scelta politica, ma una semplice necessità. Non avendo voluto affrontare questo problema ai tempi delle vacche grasse, siamo costretti a farlo oggi: ai tempi delle vacche magrissime.

Costruire un altro modello produttivo, e in fretta, non è facile. Questo compito presuppone una cultura imprenditoriale che rispetta il lavoro e investe su di esso, e che mira a produrre prodotti di qualità a prezzi competitivi. Presuppone anche una "moralità di lavoro" molto più esigente da parte dei lavoratori e i loro rappresentanti. Presuppone infine riforme incisive, capaci di affrontare tutti i problemi cronici dell'economia, del mercato del lavoro, del welfare, dell'istruzione, della giustizia.

Tuttavia, per quanto velocemente si riesca a spostare il "sistema paese" in questo senso, la crisi non può non toccare i consumi. Infatti, pochi dubitano che la stagione dell'austerità inaugurata con le misure del governo sarà con noi per lungo tempo. Ovviamente, i tagli agli stipendi non avranno nessun effetto se non si pone fine all'immunità fiscale delle altre categorie, agli sprechi di risorse pubbliche, alla corruzione diffusa. Perchè abbia successo in termini economici, l'austerità deve essere equa in termini sociali. Come diceva Enrico Berlinguer più di trenta anni fa', in un contesto diverso ma non troppo, "una politica di austerità deve avere come scopo quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e una moralità nuova".

Effettivamente, l'aumento sostenuto dei consumi negli ultimi anni non sembra aver reso più felici le persone. Al contrario, ha alimentato un benessere falso, fatto di cose materiali e la loro accumulazione esibizionista e superficiale. Ha aggravato le ineguaglianze, ha accentuato la criminalità e le altre patologie sociali, ha peggiorato il declino dell'infrastruttura pubblica, ha accelerato la devastazione dell'ambiente.

Chiaramente, il rapporto ricchezza/felicità tende ad essere asimmetrico: anche se l'aumento del reddito non sempre porta alla crescita sociale e non garantisce un benessere genuino, inevitabilmente una sua diminuzione provoca maggiore sofferenza, insicurezza, capovolgimento di progetti di vita.

Eppure l'austerità può diventare occasione per cambiare rotta. Per attenuare il disagio di chi ha subìto una diminuzione del reddito basterebbe invertire la tendenza della privatizzazione spontanea e quasi volontaria dei beni sociali. Basterebbe migliorare la qualità delle scuole e degli ospedali – ma anche degli spazi urbani, delle piazze, dei giardini pubblici, dei parchi nazionali, dei boschi e delle spiagge libere.

Non è difficile immaginare una quotidianità alternativa: frequentare la scuola del quartiere, visitare gratis il medico di base, favorire i mezzi pubblici, andare in bici, passeggiare su marciapiedi comodi e strade pedonali senza moto, nuotare in spiagge libere (non in quelle organizzate), fare sport nei parchi con gli amici (non in palestre private da soli), cucinare a casa in compagnia, boicottare i ristoranti alla moda spesso noiosi e quasi sempre sopravvalutati.

Sarebbe troppo paradossale sostenere che, su questa base, l'austerità (cioè la diminuzione dei redditi) equivarrebbe a un miglioramento della qualità della vita?

1 Απριλίου 2010

La crisi greca – e quella europea

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Απρίλιος 2010)

La trattativa del governo greco con gli altri governi di “Eurolandia” (cioè degli stati membri della zona euro) nel vertice del 25 marzo si è ormai conclusa. Le decisioni prese dall’asse Berlino-Parigi, sottoscritte poi dagli altri governi, hanno consequenze importanti per il futuro dell’Europa, oltre a quello della Grecia. Vediamo un po’ perchè.

Il problema di fondo è ovviamente il deficit e il debito massicci della Grecia. La posizione ufficiale del governo greco dall’inizio della trattativa è stata che il paese non chiede aiuti diretti – e non è difficile immaginare come questa posizione fu influenzata dalla certezza che tali aiuti erano comunque poco probabili. Invece, la Grecia ha chiesto l’intervento dell’Europa affinchè essa possa rifinanziare il suo debito a tassi d’interesse meno proibitivi di quelli attuali.

Certo, se i mercati non sono disposti ad investire su titoli di stato greci se non al 6% (rispetto al 3% dei titoli tedeschi e al 4% di quelli italiani), questo è legato non tanto a una sorta di anti-ellenismo dei mercati finanziari, ma piuttosto alle prospettive non proprio brillanti dell’economia greca. Dall’altra parte, il governo greco ha già varato misure restrittive molto pesanti: deve essere la prima volta nella sua storia che lo stato greco taglia gli stipendi pubblici. Queste misure rischiano di rivelarsi inutili se il relativo risparmio viene usato non per ridurre il disavanzo dello stato e per promuovere il rilancio dell’economia, ma semplicimente per pagare gli interessi altissimi che stanno richiedendo i mercati per continuare a finanziare il debito greco.

Per evitare questo circolo vizioso, il governo greco ha agitato lo spauracchio di un ricorso al Fondo monetario internazionale, sperando che questa prospettiva – certamente imbarazzante per l’Europa – avrebbe accelererato la ricerca di un accordo sul piano europeo di assistenza alla Grecia. Il problema è che i principali destinatari di questo bluff, cioè i tedeschi, non hanno abboccato: “se la Grecia vuol chiedere l’intervento dell’Fmi, forse questa è la soluzione più idonea”, era la mossa d’apertura del governo tedesco alla vigilia del consiglio europeo del 25 marzo.

Come al solito, la posizione tedesca è stata letta in Grecia in chiave anti-ellenico. Ma dal punto di vista tedesco, come ha spiegato Guido Westerwelle (vicecancelliere, ministro degli affari esteri e capo del partito liberal-democratico), gli aiuti facili alla Grecia avrebbero semplicemente indotto all’abbandono delle riforme necessari da parte del governo greco – e, aggiungerei io, all’allegro rimesso in moto di tutti i circoli viziosi greci. Come dargli torto?

Dall’altra parte, la crisi greca assume un significato che va ben oltre il destino della Grecia. Di per se, questo destino ha un’importanza relativamente marginale (tranne ovviamente per noi greci). Al 4% del prodotto interno lordo europeo, l’economia greca non conta molto all’interno di quella europea – anche se il debito greco, a quasi 300 miliardi, è sufficientemente grosso da scatenare una crisi finanziaria. Ma il problema maggiore è un altro: la crisi greca non solo ha svelato le debolezze dell’intero sistema produttivo del paese; allo stesso tempo, ha messo in evidenza anche i limiti della stessa architettura dell’euro, e dell’Unione economica e monetaria.

La stabilità di questa unione – più monetaria che economica – viene minacciata non solo dai deficit cronici dei monelli (oggi la Grecia, domani la Spagna, dopodomani forse l’Italia), ma anche dai surplus cronici dei primi di classe (la Germania in testa). Sia gli uni che gli altri sono le due facce della medaglia: come farà la Francia a ridurre il suo deficit (previsto di arrivare al 9% del Pil nel 2010), se il governo tedesco insiste sulla sua strategia di moderazione salariale sul fronte interno? Contenere i salari tedeschi giova senz’altro alla competitività tedesca, e contribuisce al surplus del suo bilancio esterno – ma allo stesso momento comprime la domanda domestica della Germania e contribuisce ai deficit dei suoi partner europei.

In altre parole, la strategia tedesca dei costi bassi rende più arduo il tentativo degli altri di far ripartire le loro economie tramite l’export al mercato tedesco. L’unica via possibile è la svalutazione competitiva – non della loro moneta (questo non è più consentito all’interno della zona euro) – ma dei salari. Si tratterebbe di un ritorno al nazionalismo economico degli anni trenta, e sappiamo tutti come è andata a finire allora. Come minimo, l’adozione da tutti della strategia di svalutazione competitiva (strategia beggar thy neighbour, come dicono gli anglosassoni) porterebbe inevitabilmente alla fine della stessa Uem e della moneta comune.

Visto così, un piano europeo di assistenza alla Grecia era necessario per evitare questa prospettiva, e “per non esporre l’euro al rischio di reazioni a catena, che ne pregiudicherebbero la sopravvivenza”. Ma, come sottolineano gli economisti italiani Baglioni e Bordignon, da solo non basta: “Una revisione del Patto di stabilità e un maggiore coordinamento delle politiche economiche, dalle politiche salariali a quelle macroeconomiche e fiscali, è condizione indispensabile perchè l’Unione sopravviva.”

Alla fine, dalla partita che si è svolta negli ultimi giorni a Bruxelles e le altre capitali europei sono emerse due novità. La prima è che adesso esiste uno strumento per poter gestire le crisi finanziarie di un paese membro: il meccanismo dei prestiti governativi e bilaterali, con la partecipazione del Fmi. Questo strumento interessa direttamente la Grecia, almeno come una “rete di sicurezza”.

L’accordo su questo nuovo strumento era preceduto dalla decisione di Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea, di accettare i titoli di stato greci come garanzie per i finanziamenti della Bce al sistema bancario greco – a prescindere dalle valutazioni delle agenzie di rating. Si spera che questo avrà un effetto calmante sulle pressioni dei mercati sui bond greci.

La seconda novità è la decisione del consiglio europeo di rafforzare il “governance” economico della Ue e l’approfondimento dell’unione monetaria. Come ha spiegato lo stesso Trichet, dell’acronimo “Uem” (Unione economica e monetaria) è il momento di renderne visibile anche la lettera “e”, cioè l’unione economica. Ovviamente, siamo ancora (molto) lontani da un vero e proprio governo economico europeo. Ma l’Europa ha dato una prova (anche se, come al solito, abbastanza sofferta) della sua volontà di aprirsi al nuovo tema del tanto auspicato coordinamento delle politiche economiche, almeno all’interno della zona euro.

1 Φεβρουαρίου 2010

La festa è finita (e la luna di miele anche)

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Φεβρουάριος 2010)

A chi qualche mese fa' si poneva la domanda perchè mai un premier impopolare e sicuramente destinato alla sconfitta dovesse scegliere le elezioni anticipate, gli sviluppi delle ultime settimane hanno fornito delle risposte inequivoci. Costas Caramanlis conosceva, anche se ovviamente non ammetteva, lo stato miserabile dell' economia greca e soppratutto della finanza pubblica. Piuttosto che cercare di salvare il salvabile, ha semplicemente preferito di consegnare le chiavi del governo (e, con ciò, tutte le patate scottanti) al suo successore. E con questa sua mossa brillante si è assicurato la dubbia distinzione di essere passato nella storia come il più inadequato di tutti i premier degli ultimi 35 anni, capo del peggior governo della terza repubblica.

Ma questa è, appunto, storia. Il presente è un brutto risveglio per una intera società, non solo per il nuovo governo. Le rassicurazioni del leader socialista Giorgio Papandreu in campagna elettorale ("i soldi ci sono, basta saper spenderli bene") adesso suonano vuote. Ma è un fatto che il nuovo premier ha scoperto le vere dimensioni della crisi solo dopo le elezioni. E adesso si trova in una situazione di emergenza: è costretto a tentare di attuare il suo programma mentre allo stesso tempo cerca di scongiurare la bancarotta. Difficile immaginare delle condizioni peggiori.

Bisogna sottolineare che la crisi economica-finanziaria mondiale ha innescato ma non ha creato la crisi greca. Quest'ultima ha delle radici molto più profonde. L'economia greca ha registrato negli ultimi anni tassi di crescita sopra la media europea. Ma si trattava di una crescita alimentata dai fondi europei, dalle grandi opere, dalla bolla edilizia. Una crescita senza sviluppo, basata su una struttura produttiva invecchiata, come peraltro manifesta la perdita continua di competitività. Le riforme necessarie per invertire questa tendenza vengono spesso e ritualmente elencate: mercati di prodotti e mercato di lavoro, pensioni e welfare, istruzione e sanità, amministtrazione pubblica e giustizia. Ma l'abbinamento di una società sospettosa e frammentata a una politica miope e timorosa (spesso priva di senso dello stato) ha frustrato qualsiasi tentativo di una loro attuazione.

L'ingresso in Europa e poi nell'unione economica e monetaria ha regalato stabilità, ma allo stesso tempo ha messo in evidenza le debolezze di base dell’economia greca. L'euro forte significa che i prezzi dei prodotti industriali (da mobili a automobili, da indumenti a computers) sono scesi in termini reali, e qualche volta anche nominali. Si tratta ovviamente di prodotti di importazione, che hanno aggravato un bilancio esterno già in deficit. Dall'altra parte, i servizi (compresi quelli legati al turismo, teoricamente la carta vincente di questo paese), soppratutto quelli rimasti relativamente isolati dalla competizione mondiale, costano troppo e offrono una qualità spesso deludente.

Nel frattempo, i consumi sono cresciuti, e con ciò l'euforia e la compiacenza. Certo, non tutti hanno guadagnato ugualmente, e tanti hanno perduto. Ma la festa c'è stata. E gli anni delle vacche grasse – nonostante i nodi rimasti irrisolti – hanno avuto l'effetto cumulativo di ubriacare (se non di drogare) l'economia, e non solo: anche i costumi, e perfino il nostro modo di vivere. Detto brutalmente, la Grecia ambisce a un tenore di vita diciamo europeo con una cultura imprenditoriale balcanica, e tradizioni lavorative levantine.

Lo spettacolo degli ultimi giorni è istruttivo: una dopo l'altra, le varie categorie difendono accannite i loro interessi più privati alla barba dell'interesse pubblico, dell'emergenza della crisi, e perfino del buon senso. Agricoltori e impiegati pubblici, con gli impiegati degli uffici delle entrate in testa, si aggrappano ai loro privilegi. Chiedono dal governo di lasciarli in pace, di risanare i conti altrui, di garantirgli ancora un po' di vita facile. I politici precedenti sono tutti dalla loro parte: negli ultimi anni chi era in grado di ricattare il resto della società lo faceva allegramente e senza scrupoli – e di solito veniva incoraggiato dall'opposizione e premiato dal governo. Come dimenticare i 500 millioni di euro concessi dal governo conservatore agli agricoltori giusto un anno fa' (dato che gennaio è il mese dei blocchi autostradali)?

Sta qui la difficoltà di questa crisi: nel fatto che è manifestazione inevitabile di un declino più profondo, politico e sociale più che economico. Ed è per questa ragione che affrontarla non sarà facile. Richiede una maturità che francamente non si riesce ad intravedere.

Al nuovo governo, finita piuttosto in fretta la luna di miele, non resta che far appello alle energie migliori del popolo greco. Parlare con franchezza della profondità di questa crisi. Chiedere sacrifici a tutti, in funzione della ricchezza di ognuno. In altre parole, promettere un'austerità equa. E intanto garantire il buon governo. Una sfida enorme, per una posta in gioco decisiva.

1 Νοεμβρίου 2009

È ritornato l’ottimismo

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Νοέμβριος 2009)

Nel caso improbabile che qualche lettore abbia trovato profetico il titolo del mio articolo nel numero del mese scorso (‘una sconfitta preannunciata’), devo confessare che si trattava di una profezia troppo facile. Invece, quello che non solo “Eureka” ma proprio nessuno è riuscito ad indovinare è stata la misura della sconfitta del partito conservatore di Nea Democratia, come la misura della vittoria dei socialisti del Pasok (che non è esattamente la stessa cosa). Pure gli exit polls, in teoria infallibili, stimavano la distanza fra i due maggiori partiti attorno al 5%, mentre poi lo scarto vero ha superato il 10%. Pare che - come a volte succede - anche gli opinionisti e i commentatori più autorevoli abbiano sottovalutato il disgusto profondo nella società alla corruzione e l’inaudita incompetenza del governo uscente, e la voglia di voltare pagina.

Oggi, a quattro settimane di distanza, è difficile negare che il cinismo e la paura del futuro hanno lasciato il posto a un diffuso ottimismo, paradossalmente creato dallo stesso risultato inequivocabile delle elezioni, ma poi alimentato dalle prime azioni del nuovo governo. Infatti, il premier Jorgos Papandreu ha gestito la vittoria con ovvia soddisfazione, ma senza trionfalismo, e ha cominciato a lavorare con serietà. La sua squadra conferma che in Grecia il “partito naturale di governo” è ormai quello socialista, capace di produrre una classe dirigente di un certo livello. Quasi tutte le persone che hanno assunto ruoli di primo grado si distinguono per la preparazione e l’integrità personale. Sono prime impressioni, certo, ma spesso contano anche loro.

Primi segni di svolta: L’impegno di due ministri importanti (degli interni e dell’ordine pubblico) di promuovere l’integrazione degli immigrati nella società (diritto di voto agli immigrati di seconda generazione), e nello Stato (posti di lavoro riservati nella polizia e le altre forze dell’ordine). Lo stop del ministro dell’ambiente alle costruzioni sorte nelle aree colpite dagli incendi degli ultimi anni, e la volontà di lavorare insieme agli ambientalisti per la revisione dello quadro legislativo per la protezione dell’ambiente. La franchezza del ministro delle finanze nello sforzo di ridare credibilità alla gestione dei conti da parte del governo, e di vincere la diffidenza dei partner europei. Forse il termine esatto è insofferenza degli altri governi Ue nei confronti dei greci (tutti), presunti - non sempre a torto - campioni del “massaggiare le cifre” e del nascondere la verità, allo scopo di evitare sanzioni e di chiedere nuovi aiuti.

Senz’altro è questa l’impresa più difficile. Tutte le economie dell’Unione Europea sono state colpite dalla crisi, ma nessuna come quella ellenica che deve ancora affrontare difficoltà preesistenti e strutturali. Il deficit del 2009 sembra destinato ad arrivare al 12%, una cifra che impone misure restrittive e limiti severi sulla libertà d’azione del nuovo governo. Comunque, quest’ultimo insiste sul suo programma di sostegni pur modesti ai ceti meno abienti, compensati dalla lotta agli sprecchi e all’evasione fiscale, dal ripristino delle tasse sull’eredità e dall’espansione della base imponibile.

Intanto, il nuovo governo gode di una luna di miele senza precedenti in tempi recenti: l’opinione pubblica è favorevole o quanto meno tollerante, mentre gli altri partiti si affrettano a promettere “un’opposizione costruttiva”, almeno per un po’ – tranne ovviamente KKE, storicamente il più antidiluviano di tutti i partiti comunisti dell’Occidente, il cui tradizionale filosovietismo si è recentemente trasmutato in stalinismo puro (anni ’50, o forse anni ’30, epoca d’oro della persecuzione più spietata di tutti gli oppositori o semplicemente presunti tali).

Per quanto riguarda il partito conservatore di Nea Democratia, il 33,5% ottenuto è il risultato peggiore della sua storia. L’ex premier Kostas Karamanlis ha rassegnato subito dopo la sconfitta le dimissioni ed ha aperto le procedure per l’elezione di un nuovo leader. Lascia un partito demoralizzato, che si trova di fronte a una scelta piuttosto strana. Da una parte c’è Dora Bakoianni, figlia di un’altro ex premier (Kostantinos Mitsotakis), esponente del vecchio centro liberale e perciò largamente considerata “estranea” alle sacre tradizioni conservatrici del partito. Dall’altra parte c’è Antonis Samaràs, l’uomo che ha provocato la caduta del governo Mitsotakis nel 1993, in teoria per dissenso sulla privatizzazione dell’OTE, compagnia statale delle telecomunicazioni, e fautore quale ministro degli esteri del governo Mitsotakis della linea ultranazionalista sulla nuova questione macedone. Tornato nella Nea Democratia dopo il declino del nuovo partito che allora fondò, e privo di qualsiasi idea che non rientri nello solito schema Patria-Religione-Famiglia, si candida oggi a diventarne leader. Resta da vedere se a questo centrodestra rimane ancora qualche piccola dose di spirito di soppravivenza, per non parlare di buon senso.

1 Οκτωβρίου 2009

Una sconfitta preannunciata

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Οκτώβριος 2009)

Le elezioni politiche del 4 ottobre sembrano destinate a segnare la fine dell’epoca – tra l’altro piuttosto breve – di maggioranze del centrodestra, ed a riportare i socialisti al governo. Non solo perchè questo ci raccontano i vari sondaggi: ormai sono gli esponenti e gli elettori stessi del partito conservatore di Nea Democratia ad essere rassegnati alla sconfitta, e angosciati dal timore che essa possa rivelarsi schiacciante.

A mio parere, una tale sconfitta sarebbe pienamente meritata. La Grecia è sicuramente stata governata male nel passato, ed è probabile che lo sarà ancora nel futuro. Ma lo storico dovrebbe tornare parecchio indietro nel tempo per imbattersi in un governo altrettanto incompetente e corrotto. Non ha molto senso elencare qua la saga interminabile degli scandali che hanno monopolizzato per un breve periodo ciascuno l’interesse dei media e dell’opinione pubblica, per poi lasciare la scena per fare spazio a quello successivo. Invece mi pare necessario ricordare che sullo sottofondo del degrado morale abbiamo anche vissuto il declino delle istituzioni pubbliche (dalla politica alla giustizia, dalla scuola ai servizi sanitari, dalle forze dell’ordine ai vigili del fuoco). A suo turno, il declino delle istituzioni ha lasciato i cittadini indifesi di fronte a nuovi rischi e insicurezze, ha contribuito a disastri ambientali, ha abbassato il livello di qualità della vita. L’economia, in teoria la carta vincente di tutte le centrodestre, ha perso terreno sul campo cruciale della competitività, retrocessa a livelli raggiunti dai paesi meno disastrati del terzo mondo. Infine, la corruzione sfrontata di ministri e dirigenti politici ha alimentato il logoramento ulteriore di quel poco di senso civico che rimane ancora nella nostra società eufemisticamente detta civile.

Tutto ciò non era per niente scontato cinque anni fa, quando il partito di Costas Caramanlis saliva al potere. Senza dubbio, i governi guidati da Costas Simitis avevano reso la Grecia un paese più europeo, l’economia più ordinata, e la società più aperta. Allo stesso tempo, i suoi governi avevano largamente fallito le riforme necessarie di fronte alla contestazione da parte di sindacati ed altri interessi di parte, mentre l’indiscussa integrità personale del premier stonava sempre di più al confronto con la corruzione abituale di dirigenti socialisti convinti della loro permanenza eterna al potere. In questo contesto, la necessità di un cambio generazionale e la speranza che una nuova classe dirigente potesse governare meglio erano sentite anche da chi non ha votato Nea Democratia alle elezioni del 7 marzo 2004. A pari misura, la delusione con l’operato di Costas Caramanlis e dei suoi governi oggi ha contagiato anche chi cinque anni fa aveva deciso di dare il suo consenso al centrodestra, magari con mille riserve.

Si tratta di una delusione profonda, di carattere quasi esistenziale, che va ben oltre la dialettica normale dell’alternanza politica. Significa che la società politica greca non riesce a produrre, non dico statisti, ma più modestamente politici che riescano a collocare le loro ambizioni in un quadro ampio in cui c’è spazio per una certa concezione (pur inevitabilmente di parte) dell’interesse pubblico. E rivela come il personale politico del centrodestra è contaminato dalle pulsioni primitive della borghesia da cui proviene: la ricerca dell’aricchimento immediato e a qualsiasi costo, nel disprezzo più assoluto delle regole elementari della convivenza civile.

Dunque, se le riflessioni riportate sopra sono fondate, la sconfitta preannunciata di Nea Democratia è da considerarsi meritata. Ciò vuol dire che una eventuale vittoria del Pasok di Giorgio Papandreu lo sarebbe altrettanto? Personalmente non ne sarei così sicuro. Il partito socialista, per volontà del suo fondatore Andreas Papandreu, è storicamente stato più movimento che partito, più abituato a puntare sul carisma del leader che a dibattere idee e programmi, più portato a rimpiangere le glorie del suo passato che a riflettere sulle ragioni delle sue sconfitte. Questo è un fatto rilevante, che può condizionare l’operato di un governo Papandreu, nel senso che è difficile capire non solo le misure concrete che esso potrebbe varare, ma perfino la direzione generale che vorrebbe seguire. Stiamo per essere governati da un partito che rassembla in un cocktail apparentemente incongruo vecchi fedeli al populismo e al clientelismo di Andreas Papandreou, insieme a dirigenti cresciuti ai tempi sobri e laboriosi del modernista Simitis (e soppravissuti alla fine della sua epoca), con l’aggiunta di personalità nuove non ancora messe alla prova. Il suo leader può rimanere paralizzato dai contrasti e dai limiti culturali del suo partito, oppure rivelarsi capace di dare un’impronta unitaria e moderna alle sue tante anime. È tutto da vedere.

Intanto, sarà già un’impresa combattere il cinismo diffuso e restituire ai greci quel senso di ottimismo e di fiducia nella loro capacità collettiva di tracciare un futuro migliore, che in quel nostro anno mirabilis 2004 sembrava così ben radicata, per essere poi smarrita di nuovo. Come nella leggenda di Sisifo, a noi greci non resta che cercare di riprendere il nostro cammino, che è tutto in salita.

1 Ιανουαρίου 2009

Il caldo inverno greco

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Ιανουάριος 2009)

Anche se è ancora troppo presto per stabilire che cosa ha causato la “ribellione” dei giovani, proviamo a riordinare le nostre idee.

Un agente della polizia che usa la sua arma per uccidere (a quanto pare, a sangue freddo) un 15enne perchè lo ha insultato è ovviamente un caso eccezionale. Il senso d’impunità dei nostri poliziotti e la loro percezione di stare al di sopra della legge è invece la regola. Non tutti sono assassini, certo. Ma è vero che la polizia agisce troppo spesso con brutalità gratuita (per esempio nei confronti degli immigrati), è vero che nei suoi ranghi la corruzione è troppo diffusa, e soppratutto è vero che i poliziotti violenti e/o corrotti possono sempre contare sulla complicità di colleghi e superiori, e sulla “comprensione” dei giudici. La faccenda si complica assai quando c’è un morto (e così giovane poi) – ma, come è successo prima, un modo per trasformare una sentenza di ergastolo di primo grado in appena tre anni di reclusione, e poi la libertà, si trova sempre. Perchè pensare che questa volta andrà diversamente?

Questa sfiducia nella capacità della polizia e dei suoi vertici di punire i colpevoli e di sradicare quello che è marcio al suo interno si colloca in un contesto di sfiducia generale nei confronti delle istituzioni – tutte. Basta sfogliare i titoli dei quotidiani negli ultimi due o tre anni: giudici che proteggono i criminali; monaci che vanno in giro in elicottero (“per fare più in fretta”) e hanno offshore accounts milionari; e, ovviamente, ministri che usano le risorse dello stato come se fosse loro proprietà privata. Un degrado morale mai visto prima, durante il regno di un primo ministro cha aveva promesso di sconfiggere i poteri forti (o, testualmente, con eleganza tipica, di “abbattere i ruffiani”).

In questo cocktail già poco promettente si deve aggiungere il fatto che la quotidianità attuale e le prospettive future dei giovani sono piuttosto cupe. Come mostrano gli studi internazionali, i nostri liceali studiano più e imparano meno di tanti altri europei loro coetanei. Le università migliori lavorano bene, ma escono sconfitte dalla burocrazia statale e lo scombussolamento provocato dalla contestazione endemica e cieca da parte di una minoranza dei loro studenti. Il livello di disoccupazione dei giovani è paragonabile solo al sud d’Italia. Anche chi lavora deve fare i conti con stipendi bassissimi e contratti precari. E, in sottofondo, la presenza soffocante di una famiglia iperprottettiva che non crede più al lavoro come valore ma coltiva invece aspettative alte e infondate.

Tutto questo aiuta a capire l’intensità della reazione di tanti adolescenti all’uccisione del loro coetaneo. Ma per spiegare la violenza, i danni alle banche e ai negozi, e la distruzione delle università statali, delle bibliotecche pubbliche, dei teatri nazionali, ci vuole ben altro. Bisogna andare oltre la repulsione dei borghesi, che sicuramente sembrerebbe meno inverosimile se non fossero così abituati ad evadere le tasse e ad ignorare le regole quando gli fa comodo. Bisogna anche mettere da parte le analisi (auto-)assolutorie dei nostri rivoluzionari finti che battezzano “rivolta sociale” (e dunque, si intende, degna di rispetto) ogni violenza cieca e indiscriminata nei confronti delle università, delle biblioteche, dei teatri – tutte istituzioni pubbliche e, guarda caso, tutte indifese.

Per capire la violenza di un numero elevato di giovani, e la complicità alla violenza di un numero ancora più elevato di giovani e meno giovani, bisogna invece affrontare temi e argomenti piuttosto scomodi. Come l’indifferenza profonda – se non il compiacimento aperto – di una stragrande maggioranza dei greci nei confronti delle varie azioni dei terroristi del gruppo “17 novembre”. Come la solidarietà spontanea di una maggioranza altrettanto ampia ai regimi e ai leader più sanguinosi del nostro tempo (Milosevich, Saddam e altri) per il solo merito del loro antiamericanismo. Come il silenzio dei sindacati e la scarsa attenzione del pubblico alle decine di vittime (tutti immigrati) della corsa pazza per completare in tempo gli stadi e le altre strutture dell’olimpiade di Atene. Come la tacita accettazione e, spesso, entusiasta partecipazione al crollo delle più elementari regole di convivenza civile che è il caos del traffico quotidiano. Come la rassegnazione di tutti davanti agli scontri settimanali e perfettamente organizzati fra tifoserie rivali.

Certo, la cultura della violenza non è del tutto sconosciuta nell’Europa occidentale: era abbastanza diffusa nel medioevo, durante le grandi guerre, negli anni di piombo. Né è del tutto sconosciuta nel mondo di oggi: è abbastanza diffusa in quello che una volta veniva chiamato il Terzo Mondo. Forse noi greci, eredi della culla della civiltà, abbiamo solo sbagliato secolo – o continente.

1 Φεβρουαρίου 2008

La saga della riforma pensionistica: ultima puntata

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Φεβρουάριος 2008)

Dopo un breve, e piuttosto timido, tentativo di toccare la patata bollente della riforma pensionistica, e davanti alle proteste furiose di ingegneri, medici e avvocati, il governo greco sembra abbia deciso di rinviare a tempi migliori. Una mossa abbastanza comprensibile, visto che lo stesso governo (eletto due volte facendo della lotta implacabile alla corruzione sua bandiera principale) si sta ultimamente sprofondendo in una serie di scandali, l’uno più disgustoso dell’altro, che mostrano chiaramente non solo che la corruzione è più diffusa che mai, ma anche che i nostri governanti sono più che mai arrogantamente convinti della loro impunitá. Ma questo è un’altro discorso (forse).

Possiamo dunque tirare un collettivo sospiro di sollievo, per il pericolo scampato che le nostre pensioni siano riformate? Non direi proprio. Sta diventando sempre più difficile negare che al sistema pensionistico greco servono urgentemente delle riforme incisive e addirittura radicali. Quelli che negano (o fanno finta di negare) ancora questa necessitá suonano sempre meno convicenti, i loro argomenti sempre più assurdi. Eppure, fare la riforma rimane uno degli obiettivi politici più difficili, a centrodestra come a centrosinistra.

Cerchiamo di spiegare il perchè, a partire dalla necessitá (meglio, l’ineludabilitá) della riforma. Prima di tutto, in termini di sostenibilitá economica, quello greco è il sistema pensionistico più squilibrato d’Europa. Infatti, mentre la spesa pensionistica media nell’Ue è destinata a salire dall’ 11-12% del prodotto interno lordo oggi al 13-14% fra 40 anni, in Grecia si prevede un aumento di questa spesa dal 13% al 24% del pil in 2050. Nessuna economia può reggere un peso simile, e nessuna societá vorrebbe farlo. Negare la riforma oggi vuol dire semplicemente rendere inevitabile una riforma molto più dolorosa domani.

Dal punto di vista della giustizia sociale (o, se si preferisce, di equitá di trattamento), gli effetti distributivi del sistema pensionistico greco si rivelano piuttosto disastrosi. La spesa fuori controllo citata sopra, e gli annessi deficit, oltre a un mero problema di finanza pubblica, costituiscono sopratutto un problema di equitá - equitá intergenerazionale, come la definiscono gli esperti. In poche parole, la difesa accanita dei privilegi, spacciata come battaglia nobile per salvaguardare i diritti sociali, può più accuratamente essere interpretata come un attacco ai diritti sociali delle generazioni a venire: una graduale e unilaterale riformulazione dell’ implicito contratto sociale a loro insaputa e ovviamente a loro sfavore.

Ma anche a livello intragenerazionale, cioè fra le varie categorie dei pensionati e dei contribuenti di oggi, le disuguaglianze sono francamente scandalosi. Non si tratta di un sistema unico e minimamente coerente, ma di una vera e propria “giungla delle pensioni” (come veniva definito il vecchio sistema italiano finchè i governi tecnici a cavallo fra la prima e la seconda repubblica, sostenuti dai sindacati, non abbiano saputo riformarlo). Si tratta di un sistema che trasferisce risorse e diritti dai dipendenti ai professionisti, dai lavoratori privati a quelli pubblici, dalle donne (tranne poche che invece godono dei privilegi assurdi) ai maschi, dai giovani ai vecchi, dai poveri ai ricchi. Inevitabilmente, la povertá fra gli anziani è altissima, decisamente più alta che in molti altri paesi europei, che per le pensioni spendono meno ma la povertá degli anziani sono riusciti a quasi eliminarla.

Una storiella raccontata qualche anno fa da Anna Diamantopoulou, al tempo Commissaria europea di lavoro e affari sociali, in quota socialista, riassume bene il volto cattivo e crudele del nostro sistema pensionistico. «Nella mia circoscrizione elettorale [provincia di Kozani, nel nordovest della Grecia], si trovano le fabbriche della ΔΕΗ [l’Enel greca]. Lì si possono incontrare tre operai che lavorano l’uno a fianco all’altro. Il primo è un dipendente della ΔΕΗ: andrá in pensione a 50 anni e prenderá €1800 al mese. Il secondo è un dipendente della societá in subbappalto: andrá in pensione a 65 anni e prenderá €375 al mese. Il terzo, pure lui un dipendente della societá in subbappalto, pure lui un giorno “andrá in pensione”, nel senso che non potrá più lavorare, ma se avrá una pensione non lo può dire con certezza nessuno.»

Morale della favola: il nostro sistema pensionistico è sicuramente da riformare, e presto. Ma come insegna l’esperienza internazionale e europea, riformare le pensioni è un’ operazione complicata nei migliori dei casi. Perchè sia riuscita ha bisogno di una classe politica distinta da un alto senso dello Stato, una stampa seria e responsabile, sindacati disposti a difendere i diritti di tutti i lavoratori, presenti e futuri, e non solo gli interessi delle categorie privilegiate da cui provengono i loro dirigenti, intellettuali pronti a fare luce su veritá scomode, e infine una societá sobria e matura. I presupposti sono questi. Francamente, non mi pare che siano in vista, almeno per il momento, in questo paese – ma ovviamente mi potrei sbagliare ...

1 Ιανουαρίου 2005

«La Macedonia greca è greca»

Δημοσιεύτηκε στη μηνιαία εφημερίδα «Eureka» (Ιανουάριος 2005)

Senza dubbio, per gran parte degli italiani la parola «macedonia» ha (o almeno aveva, fino a pocchi anni fa) un significato culinario-gastronomico piuttosto che politico-storico. Ma non intendo adottare il solito atteggiamento del greco incompreso nei confronti dello straniero che non riesce proprio a comprendere («impara la storia», come dicevano i cartelloni appesi ai muri di tutti gli aeroporti greci nei primi anni ’90). Tutt’ altro. Anche perchè, se è vero che la storia dei Balcani è sempre stata incomprensibile al resto del mondo (con l’ eccezzione sporadica di qualche storico o quella ancora più rara di qualche politico), è altrettanto vero che la versione dei fatti che passa per «storia» ad Atene non è certo quella di Skopje, nè quella di Belgrado, nè quella di Sofia, nè quanto meno quella di Ankara. Allora come spiegare gli eventi del ultimo mese, quando la questione della Macedonia è tornata ad eccitare brevemente la classe politica greca?

Forse è più facile partire proprio dall’ equivoco gastronomico: se all’insalata di frutta è stato dato il nome di una fascia larga della penisola balcanica, è solo perchè la composizione etnica, linguistica e religiosa della Macedonia (intesa, appunto, nel senso geografico) è storicamente stata piuttosto complicata. Ma il mosaico culturale è stato anche un puzzle politico – e spesso, tragicamente, «la polveriera d’ Europa».

Ai tempi del Congresso di San Stefano (1877) che ha assegnato la Macedonia alla Bulgaria, e di quello di Berlino (1878) che ha ripristinato il dominio ottomano su gran parte di questa area, la questione della Macedonia sembrava alla diplomazia europea proprio insolubile. La Macedonia era un territorio strategico, abitato da slavi, greci, albanesi e turchi. Inoltre, il suo porto principale era patria di cinquantamila ebrei sefaraditi, la cosmopolita «ville juif» di Salonicco. Aromano vlacchi, Roma zingari e tante altre comunità nomadiche o minoritarie completavano il quadro. Era piuttosto ovvio che in un futuro non troppo distante l’ Impero ottomano perderebbe la Macedonia. Ma chi fra i nazionalismi emergenti dell’ area riuscirebbe a stabilire il proprio controllo?

Quello che è successo dopo è stato descritto «stato di conflitto continuo»: terrorismo dei nazionalisti macedoni del VMRO (1903), guerriglia greca (1905, molto simile nei metodi e negli effetti), prima guerra balcanica (1912, tutti contro i turchi), seconda guerra balcanica (1913, greci e serbi contro i bulgari), prima guerra mondiale, guerra greco-turca (1921-22), seconda guerra mondiale, guerra civile greca (1946-49). Un mare di sangue, spostamenti di popolazioni e «pulizia etnica» (tramite le armi, gli scambi di minoranze o tramite l’ istituzione moderna dell’ istruzione obbligatoria).

Alla fine degli anni ’40, i confini dei Balcani sembravano definiti una volta per sempre. Per i greci, oltre che patria storica di Filippo il Secondo e di Alessandro Magno, la Macedonia era semplicemente la regione della Grecia del Nord. Una area indubbiamente greca, con i greci arrivati dal Ponto o dall’ Asia Minore, e senza gli ebrei sterminati nei campi nazisti, senza i musulmani «restituiti» alla Turchia, senza gli slavi emigrati o assimilati a metà. Per gli altri macedoni, quelli slavi ma nè bulgari nè serbi, è rimasta la semi-autonomia della Repubblica federale iugoslava di Macedonia – ovvero, la coesistenza con i serbi e gli altri all’ interno di uno stato non sempre rispettoso nei confronti delle minoranze etniche, come per esempio quella italiana d’ Istria, ma che almeno riconosceva i macedoni slavi come sua parte costituente.

Negli ultimi anni ’80, mentre sloveni e soppratutto croati e serbi cominciavano la loro discesa verso il nazionalismo violento, la Macedonia iugoslava di Kiro Gligorov ha lavorato inutilmente fino alla fine per la soppravivenza della federazione. Era logico: la Jugoslavia federale offriva protezione ai macedoni slavi come l’ Austro-Ungheria imperiale di ottanta anni prima offriva protezione agli ebrei. Gli stati nazionali fanno paura alle nazioni troppo debole, alle communità senza nazione e senza stato. La dichiarazione d’ indipendenza da parte della Macedonia iugoslava nel 1992 fu una decisione quasi inevitabile, presa con molto timore e poco entusiasmo.

La reazione greca è ben nota. Prima l’ embargo contro quello stato indifeso e impoverito, voluto da quasi tutta la classe politica e accolto con entusiasmo dalla stragrande maggioranza dell’ opinione pubblica. Poi il rifiuto totale di discutere i termini di qualsiasi compromesso («Macedonia Slava»? «Macedonia del Nord»? «Macedonia del Vardar»?), come quello proposto dalla Presidenza portoghese dell’ Ue nel 1992. Solo qualche centinaia di intellettuali della sinistra democratica e del centrodestra liberale (tutte e due correnti politiche in via d’ estinzione) hanno osato opporsi pubblicamente all’ ondata nazionalista che avvelenava la vita politica. Era allora che lo storico Filippos Iliù, scomparso nel 2004, pronunciò la sua risposta allo slogan ufficiale «la Macedonia è greca» che serve da titolo di questo articolo.

Oggi, la nostra classe politica è ben consapevole di essere prigioniera del delirio nazionalista di dieci anni fa e dei luoghi comuni tanto cari a gran parte dell' elettorato, cresciuto sulla dieta quotidiana di semiverità ripetute ad nauseam da opinionisti ignoranti o dal partito virtuale del nostro arcivescovo. Riconoscere che la politica greca sulla «questione macedone» è stata moralmente difettosa e politicamente falimentare non è certo facile, ma è proprio quel che ci vuole per uscire da questa strada cieca. È troppo chiederlo?